Dopo cinque anni in un carcere indiano per una tragedia fatta passare per crimine, fra avvocati che mancano, scioperi, festività induiste e processi rinviati, adesso Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, i due italiani condannati in India, sono liberi. La Cassazione indiana ha infatti annullato la condanna in primo ed in secondo grado contro i due italiani per l’assassinio del loro amico e compagno di viaggio Francisco Montis. Successe nel 2010, quando il ragazzo sardo venne ritrovato morto nella loro camera d’albergo;da allora l’Ambasciata italiana diede il via alle procedure burocratiche per il rientro dei nostri due connazionali. Mentre la madre di Tommaso, Marina Maurizio, affidava la grande notizia Facebook, la prima reazione dei due imputati sarebbe stata: “Che cos’è, uno scherzo?”. Il direttore del carcere di Varanasi, Ashish Tiwari, ha raccontato così quel momento: “Quando li ho convocati nel mio ufficio per dire che sarebbero stati scarcerati, pensavano che scherzassi”. Poi, ha aggiunto, “sono stati sopraffatti dalla gioia”.

Le famiglie, inutile dirlo, sono state enormemente felici della scarcerazione dei loro due familiari. La madre di Tommaso ha inoltre commentato il sistema giudiziario indiano, che, secondo lei, ha dimostrato di funzionare; e ha anche detto: “È una bellissima notizia, tenendo anche conto del fatto che conoscendo l’India uno non può mai farsi illusioni”. Dalla parte della donna, Elisabetta, invece i commenti dei genitori, Leda e Romano Boncompagni, rispettivamente 80 e 77 anni, sono stati questi: “Lascio a voi immaginare come possiamo sentirci, dopo cinque anni di strazio. È come rinascere”. Il padre Romano ha anche aggiunto:” Ormai avevamo perso ogni speranza, anche perché non abbiamo grandi mezzi, e senza mezzi in India è difficile, è stato anche un grosso sacrificio. Basti dire che bisognava pagare per tutto, anche per andare a trovarla in carcere. Non voglio dire di più, ma questo sì: la giustizia indiana è un mistero. È stato tutto allucinante. Ma ora che la vicenda si è conclusa non voglio più pensare a quello che abbiamo passato. Ci tengo a ringraziare tutti quelli che ci hanno aiutato, l’ambasciata, gli avvocati. Ma soprattutto Marina, la madre di Tomaso. Si è battuta senza risparmiarsi. Alla fine è soprattutto una sua vittoria”.

I fatti precedenti a tutta questa vicenda sono riassumibili in tappe:

La morte di Francesco e l’accusa: Tomaso Bruno, 31enne, di Albenga, Elisabetta Boncompagni, 42 anni, torinese, e Francesco Montis, sardo di Terralba, 30 anni all’epoca della tragedia, fidanzato di Elisabetta, sono di passaggio all’hotel Buddha di Chentgani, alla periferia di Varanasi, nel nord est del subcontinente indiano. È il 4 febbraio 2010. I tre ragazzi fanno uso di droga, hashish ed eroina, Francesco si sente male, i due lo portano in ospedale dove ne viene dichiarata la morte. Secondo i magistrati, Tommaso ed Elisabetta avrebbero ucciso Montis per poter stare insieme, quindi i due amici sono stati rinchiusi il 7 febbraio del 2010 nel carcere di Varanasi, accusati di omicidio.

Il Processo e la Liberazione: impossibilitata un’autopsia fatta da esperti, data l’inagibilità del corpo, i giudici si basano su quella fatta da un oculista secondo il quale, sul corpo sarebbero stati trovate tracce di asfissia da strangolamento e 6 ferite da arma contundente. Dopo un anno di detenzione, il pubblico ministero chiede per Elisabetta e Tomaso la condanna a morte per impiccagione. Il 23 luglio 2011 sono condannati all’ergastolo, a fine settembre 2012 la pena è confermata in appello. la sentenza recita: “Il movente che ha spinto i due accusati ad uccidere Francesco Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che Tomaso ed Elisabetta avessero una relazione intima illecita”. Da allora i due italiani aspettavano in carcere la sentenza della Corte Suprema di Delhi, fra lentezze, assenze, tradizioni e decine di rinvii. Oggi la sezione n.12 della Corte Suprema indiana ha preannunciato la pubblicazione della sentenza, firmata dal giudice Anil R. Dave, sintetizzandone il contenuto in una ordinanza di poche parole: “Il giudizio dell’Alta Corte (di Allahabad) è messo da parte”, di fatto annullato, per cui “gli autori dell’appello siano subito rimessi in libertà”.

Federico Rossi