Solitario, in compagnia, a tavola, in viaggio: la febbre del selfie minaccia una diffusione virale senza precedenti, falcidiando non solo i giovani online, ma persino i conservatori ostili alla ‘tecnologia’ e le attempate casalinghe speranzose di aggiornarsi con uno scatto. Che sia un catalizzatore di attenzione in rete o un narcisistico specchio di vanità, il selfie popola ormai le pagine dei social network e il Dizionario di Oxford lo ha promosso come ‘parola del 2013’.

Eppure Rembrandt sembra averci anticipato. Affascinato dagli autoritratti, ne realizzò 80, in diversi formati, dai quadri, alle illustrazioni, fino ad arrivare alle stampe. In quelli degli anni ’30 e ’40 del Seicento, indossa spesso abiti fastosi e cappotti in pelliccia, a testimoniare l’acquisita prosperità economica ad Amsterdam.

In qualche modo, gli autoritratti sono ciò che rende Rembrandt famoso più della sua arte’ – dice lo storico James Hall, che nel 2014 ha pubblicato “L’autoritratto: una storia di cultura“. ‘Da artista indipendente, quale era Rembrandt, e non di corte, cercò di emergere non senza difficoltà. Realizzare un autoritratto, suggerisce che sei già famoso, anche se non lo sei ancora”.

Ed è forse questa la chiave di lettura dei nostri selfie? Rincorrere l’apparizione mediatica in una forma accessibile e a portata di click? Riscuotere popolarità sulla piattaforma delle nostre (presunte) conoscenze online? O, peggio, attendere il ‘mi piace‘ come surrogato fatto in casa di un picco di audience televisiva? 

Certo, tanto a simulare l’abbronzatura e ad occultare quel brufolo inopportuno c’è il filtro di Instagram. Ma Rembrandt non usava filtri: accetta di riprodurre ogni ruga ed ogni solco del suo viso bitorzoluto, con impressionante realismo e tecnica del pennello. E così, via con un’ampia pennellata a simulare quelle borse sotto gli occhi, via con le guance cadenti, via con il grasso doppio mento.

Autoritratto del 1655

Ma la fedeltà artistica di Rembrandt si tramuta in distorsione del reale in Escher, in cervellotico ampliamento degli spazi, quelli che in uno specchio ricurvo fissano nuovi parametri di orientamento e di dimensionalità.

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Più che un autoritratto dunque, una sfida alle imposizioni del reale, attraverso nuove spazialità. E se l’autoreferenzialità del selfie divenisse un’occasione per scrutare nella nostra realtà e, così, crearne un’altra? Se provassimo prima di uno scatto ad interrogarci su quell’irrefrenabile smania di pubblicare, di lasciare un segno figurativo, di apparire? Non saremmo Escher, di certo. Ma faremmo dell’obbiettivo fotografico il nostro specchio sferico, un personalissimo soliloquio che, magari, può rispondere alle nostre domande.

Rembrandt e la celebrazione delle imperfezioni, Escher e la riflessione, in senso fisico e filosofico, di noi stessi. Che sia questa la chiave di lettura dei nostri modernissimi e poco artistici selfie? Ai posteri l’ardua sentenza.

Caterina Puca