Quando il mio conto in banca grida vendetta, con quattro figli è abbastanza frequente, e devo programmare delle spese future inderogabili, le uniche soluzioni che riesco a visualizzare davanti a me sono sempre le stesse:

  1. Chiedere un aumento
  2. Chiedere un prestito
  3. Ridurre le spese

Forse la migliore delle tre alternative sarebbe quella di affrontare il mio capo e chiedere un sacrosanto riconoscimento per l’impegno, le capacità professionali e le responsabilità che tutti i giorni mi assumo nello svolgimento dei compiti assegnati. Tutto logico e incontrovertibile, o forse no! Beh intanto dovrei essere certo che anche il mio capo abbia la stessa considerazione dei miei risultati, che il mio stipendio non sia già ad un livello di mercato ed infine dovrei superare la regola che mi è stata tramandata da mio padre e che da sempre mi assilla in queste occasioni: “sul lavoro nulla chiedere e nulla rifiutare”.

Queste poche controindicazioni mi hanno sempre impedito di percorrere la strada più semplice ed efficace per far crescere il reddito disponibile e consentirmi di affrontare con maggiore facilità il futuro.

Accantonata tristemente la prima alternativa e temendo le conseguenze della terza, che richiederebbe sforzi, sacrifici e meno vizi, provo a convincermi che la seconda via sia quella giusta: non dovrei rinunciare a nulla, tenore di vita invariato, vizi e sfizi garantiti, forse solo qualche lieve flessione derivante dalle quote necessarie alla restituzione del debito e gli interessi ad esso collegati, ma magari il mio capo tra qualche mese si convincerà del mio valore e mi riconoscerà il giusto! Insomma non è una brutta idea, il futuro sarà certamente migliore e io non dovrò rinunciare a nulla. Purtroppo anche in questo caso intervengono nei miei ragionamenti gli insegnamenti di una famiglia cresciuta nel dopo guerra, quando se volevi qualche cosa sudavi e non speravi che arrivassero tempi migliori e così inizio a ragionare se realmente tutto ciò che spendo sia irrinunciabile e, con sconsolante ma orgogliosa fermezza, mi avvio a ridurre o ad eliminare tutto ciò che non è utile a garantire un futuro migliore ai miei figli.

Io non credo di essere un esempio di rettitudine e neppure un caso isolato, credo piuttosto di essere uno dei tanti genitori che sono disposti a fare qualche sacrificio per non chiederli alla propria progenie, che cercano di valutare con attenzione le alternative ed individuare i migliori compromessi tra spreco, serenità e futuro. Convinto che questo ragionamento non sia appunto un caso isolato, ma anzi trovi la condivisione dei più, mi verrebbe automatico credere che lo stesso abbia speculare applicazione nella politica che, in qualche modo, dovrebbe essere la trasposizione dei comportamenti dei singoli attraverso i propri eletti.

Appunto… dovrebbe! Perché in realtà l’unica scelta che nessun Governo considera mai è proprio quella che, guardando ai comuni comportamenti, sembrerebbe essere la migliore: ridurre la spesa.

I motivi e le spiegazioni a difesa di questo comportamento sono infiniti ma normalmente si concentrano sulla tesi che ridurre la spesa significa fare “macelleria sociale”, ridurre i servizi, il welfare e più in generale incidere sullo stato sociale. Io stesso qualche giorno fa ho avuto su twitter (@CorradoRabbia) uno scambio piuttosto acceso con alcuni fondamentalisti keynesiani. Eppure, senza entrare in una difficile ed articolata discussione sulle molteplici possibilità di riduzione drastica del perimetro dello Stato da cui tutti troveremmo benefici, basterebbe limitarsi a valutare la spesa pubblica così come facciamo nella nostra vita privata e come ha fatto Cottarelli che, dopo un lungo ed accurato lavoro, si è visto “trombare” e troppo rapidamente dimenticare.

Ma perché esiste questa differenza di atteggiamento tra noi e chi ci rappresenta? Le risposte che ho trovato, anche in questo caso, sono tre:

  1. Il loro capo non è capace di dire di no
  2. Non si preoccupano del futuro
  3. Non vogliono perdere consenso

Se io mi preoccupo di chiedere, loro non ne hanno bisogno perché il loro capo non è un singolo ma una moltitudine, cioè noi, che non è capace di rifiutare o di organizzare una difesa e loro furbescamente approfittano della situazione. Quello di sotto (fonte ISTAT) il risultato: una pressione fiscale che punta in modo inarrestabile verso l’alto.

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Il sano e naturale concetto per cui la politica è al servizio dei cittadini si è ribaltato da tempo, il nostro lavoro e i nostri sacrifici sono diventati strumenti utili solo alla sussistenza di una gigantesca e dispendiosa macchina burocratica, un po’ come in Matrix, l’energia prodotta da ogni singolo individuo viene utilizzata per il mantenimento di questo Moloch in cambio d un sogno che non siamo neppure più in grado di comprendere.

Anche una classe politica così poco qualificata capisce però che spremere ulteriormente la loro fonte primaria di energia potrebbe portare all’autodistruzione ed allora, pur di non rinunciare ad una pantagruelica fame di denaro, sfruttano anche chi ancora non è in grado di produrre energia generando debito da far pagare loro in un prossimo futuro. Senza riguardo alcuno hanno condannato i nostri figli ad essere la prima generazione ad avere meno di quella che l’ha preceduta, spendendo i loro soldi ad un ritmo crescente (rapporto debito\PIL fonte ISTAT):

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Ci sarebbe da chiedersi perché se la risposta non fosse così ovvia: questa classe politica ha come unico obiettivo il mantenimento del potere, non il bene dei cittadini, non pensa da genitore ma da Sovrano, non si cura dello sviluppo del paese e del suo benessere ma a conservare il consenso. Ridurre la spesa significherebbe scontentare qualcuno che potrebbe essere determinante alle prossime elezioni e perché rischiare tanto?

Purtroppo temo che questa classe politica non smetterà mai di pensare solo ed unicamente a se stessa e mai comprenderà che, così come succede in una famiglia, non tutto è dovuto o possibile se non dopo aver raggiunto il fondo che purtroppo o per fortuna non è troppo lontano dall’essere raggiunto.

 

Corrado Rabbia