Intervista all’artista Giovanna Ricotta realizzata in occasione della sua mostra personale “Bianco”, curata da Silvia Grandi e patrocinata dal Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna e da IAP (Italian Art Promotion) in occasione di ArtCity Bologna 2015 e ospitata dall’Ex Ospedale dei Bastardini di Bologna.

Innanzitutto volevo chiederti una considerazione generale sul successo di pubblico ottenuto da “Bianco” e sul ruolo curatoriale svolto da Silvia Grandi e dal suo entourage.

Il piacere di questa mostra è stato organizzarla e costruirla; a me piace la progettazione, così come anche a Silvia Grandi con la quale collaboro almeno dal 2008. Tale progettazione che c’è stata nel considerare lo spazio è avvenuta inizialmente via Skype, dunque nella mia impossibilità di sondare lo spazio fisicamente ci è venuta in aiuto la tecnologia. Abbiamo selezionato tre lavori: siamo arrivati al concepimento di “Bianco” capendo che questi lavori avevano come elemento ricorrente questo bianco laccato per cui mi si riconosce sempre. La location è stata perfetta, quasi sembrava che il luogo fosse stata costruita appositamente o che in qualche modo lo spazio e il mio lavoro si rincorressero vicendevolmente. Quando ho visto il lavoro installato ho capito quanto già di per se la mostra manifestasse un senso di coerenza. Non mi aspettavo un’accoglienza così forte da parte del pubblico. C’è stata tantissima gente e non ho mai percepito qualcosa che non sia piaciuto; ho sempre trovato, tanto dai non addetti ai lavori tanto quanto dal pubblico di settore, piacere ed emozione nel visionare questa mostra. Le critiche tecniche sono state perfette e sono state rivolte per lo più alla bellezza delle foto e alla scelta stessa di presentare questi lavori nella loro manifestazione fotografica. L’ambientazione è stata dunque perfetta e credo che anche l’associazione stessa (IAP – Italian Art Promotion) abbia centrato l’obiettivo capendo che questo era il luogo che poteva accogliere il lavoro di Giovanna Ricotta. Per questo ringrazio tutti i collaboratori.

Il tuo percorso si snoda tra la Liguria e Milano, presso l’Accademia di Brera, fino ad arrivare a Bologna. Qual’è il tuo rapporto con questa città?

Bologna è una città che mi ha sempre accolto molto favorevolmente. Milano, ovviamente, è stata la prima città che mi ha riconosciuto, tramite Luciano Inga Pin; successivamente Bologna è stata la città che ha certificato il riconoscimento del mio lavoro a livello nazionale, ha compreso il mio processo creativo e l’ha codificato immediatamente. È praticamente dal 1999 che io collaboro con Bologna. Potrei citare dei nomi: da Guido Bartorelli a Fabiola Naldi all’inizio, Silvia Grandi tutt’ora, le istituzioni (il MAMbo, il Dipartimento di Arti visive e il Comune di Bologna), Renato Barilli tramite la rassegna Videoart Yearbook. Diciamo che ho un rapporto quasi simbiotico ormai con Bologna, che mi ha ulteriormente consolidato con questa monografica fotografica.

La mostra riassume tre importanti performance: in che misura si tratta di un’esposizione a carattere antologico e in che misura invece si proietta in avanti su questa stessa linea di sperimentazione?

È una domanda che potrei disarticolare in due momenti. Abbiamo scelto di lavorare su tre opere considerando le misure dello spazio e le possibilità che esso aveva di accogliere un dato numero di lavori. Da questo ragionamento si è passato poi a selezionarli dalle ultime tre serie, dunque si tratta della sintesi dell’ultimo percorso: Toilette è del 2008, Fai la cosa giusta è del 2010 e Falene è del 2012. Sono tre lavori eseguiti tra fondazioni e musei, perché ad un certo punto, oltre al discorso della metodologia di lavoro sul corpo e sul bianco come leitmotiv, ho percepito l’esigenza di far si che queste performance fossero eseguite e riprese come operazioni artistiche nei musei. C’è stata dunque la volontà di avere lo scatto fotografico asettico come documentazione museale e istituzionale della performance, la volontà che il luogo stesso accogliesse il lavoro e che ne diventasse location scenografica. Di conseguenza quando abbiamo fatto la nostra selezione abbiamo capito che nello spazio si stava costruendo una piccola monografica.

Torniamo sul titolo: che tipo di fil rouge è questa monocromia che lega i tuoi lavori?

Il fil rouge è sicuramente una riflessione non cosciente di un periodo intorno agli anni 2000 in cui cominciò ad intrigarmi l’idea di usare in ambito installativo oggetti e spazi bianchi, facendo si che l’oggetto inserito nello spazio per la mia performance sparisse e quasi si fondesse con il luogo. Quasi quasi allora il corpo ha preso di nuovo il sopravvento e i miei corpi performativi diventavano bianchi. Il trait d’union è dunque lavorare non sul concetto di annullamento e sparizione del corpo ma su un’idea di corpo ancora presente, di installazione ancora presente. Arrogantemente pensavo di riuscire a comunicare come l’installazione diventasse performance e che io, corpo performativo, diventassi installazione. Ovviamente andando avanti il bianco si è affermato come leitmotiv del mio lavoro sia nello spazio che negli oggetti e nello stesso corpo dipinto. Questo non-colore è finito dunque per diventare di mia proprietà, e il titolo di questa mostra viene di conseguenza. Rispondendo alla tua domanda dico che, vedendo allestita la mostra noto che nell’ultimo lavoro, Falene, sto per preannunciare ciò che ancora inconsapevolmente non sapevo prima e di cui ho coscienza ora: procedere in un modo nuovo per quanto riguarda l’esecuzione della performance, che per il momento non prevede un live (ma lo prevederà in futuro) quanto più una concentrazione d’altro tipo che adesso non vorrei svelare.

La questione videofotografica rappresenta la certificazione delle tue performance piuttosto che una semplice registrazione: quanto è stata importante la collaborazione con Corrado Ravazzini in questi termini?

È il cento per cento del mio lavoro, per quanto riguarda il video. Per quanto riguarda la fotografia: Marcello Medici. Il lavoro non poteva definirsi senza questi due elementi. Da parte mia c’è l’idea, il pensiero, la progettazione e la parte registica del tutto che vado poi a comunicare a tutti i miei collaboratori, che si sposano con me mentalmente in un certo modo. Il mio lavoro pretende un certo tipo di sensibilità, capacità tecnica ed umiltà. Ho avuto la fortuna di incontrare persone con le mie stesse attitudini e capacità tecniche straordinarie. Senza di loro non esisterebbero in quel modo Falene, Fai la cosa giusta e Toilette. Quindi è tutto un concatenarsi anche se il lavoro rimane griffato GR.

Domanda storica: da performer, quanto ti senti legata all’eredità del comportamentismo anni ’70?

Io credo di esserne un braccio. È un fattore naturale. Io mi sento parte di un percorso aggiuntivo venuto dopo. Io non potrei fare questo se non ci fosse stato qualcuno che ha già fatto delle cose prima. Senza entrare nell’analisi ma ovviamente osservando tutto quello che c’è stato prima di me (se no sarei presuntuosa) io non potrei esserci se non ci fossero stati loro prima. Quindi mi sento un loro prolungamento: io sono partita e andata avanti da dove loro erano arrivati. Chiaramente ho sulle spalle tutto il loro bagaglio. L’intelligenza di un’artista sta nel fatto che tutto ciò che si conosce non vada copiato ma ritradotto e rielaborato, dicendo qualcosa di nuovo e proiettato in avanti. Il lavoro di Matthew Barney è meraviglioso e si può prenderne ispirazione, così come quello di Vito Acconci e di Gina Pane. Prendere ispirazione e non copiare, altrimenti ci si imbatte in una formula di sicurezza che la body art nega. La body art è come un funambolo senza rete sotto. Rifare una cosa che ti ha dato sicurezza è come mimare, e in quel caso si diventa un attore e non un performer. Il performer deve andare oltre, deve rischiare, magari facendo anche qualcosa che non viene capito subito. Il performer deve lanciarsi col corpo in avanti non perché bisogna per forza lavorare sulla novità ma perché questo è ciò che la ricerca gli impone.

Quanto la tua personale interpretazione di body-art è rivolta ad un’estetica più minimale e riduzionista e quanto invece è rivolta alle contingenze della storia dell’arte e di iconografie appartenenti a culture particolari come ad esempio quella giapponese in “Fai la cosa giusta”?

Sicuramente per me la parte del togliere più che dell’aggiungere è fondamentale. Dunque less is more. Parto da un processo di confusione e di abbondanza di elementi per poi andarli a togliere, perché se non ho tanti punti di riferimento non riesco a sintetizzare. Quindi il discorso del bianco, della pulizia, del minimal sono stati per me dei precetti fondamentali. Come persona sono ricca, vibro parecchio, quindi volevo che tutta la mia sensibilità, il mio forte romanticismo, questa mia esasperazione interiore fosse asciugata, potenziando comunque questo lavoro di rimozione. Per quanto riguarda la storia dell’arte vien da sé che non la vado a citare in modo culturale come un critico o un teorico, ma lo vado a fare a livello istintuale. Tutti i riferimenti che ci sono devono venire naturalmente. È ovvio che se mi vengono delle intuizioni vado a fare ricerca, ma non le voglio riportare citandole, voglio che siano sottolineate in maniera impalpabile proprio perché io voglio farne parte.

Per l’ultima domanda fuoriusciamo dal tuo lavoro per trattare il tema della cornice che ci sta ospitando: secondo te quale futuro hanno le fiere d’arte nel ruolo di promotrici della cultura e non solo di spazi puramente espositivi o di spot di commercializzazione dell’arte?

È una domanda difficile. Nel mio caso la cornice ha permesso al mio lavoro di venir fuori in maniera pulita. Estremamente coraggiosa è stata la scelta dei curatori perché è un lavoro di sperimentazione che volevamo venisse fuori al di là della commercializzazione che può avere. Di conseguenza è ovvio che questo spazio mi permette di essere completamente me stessa e il mio punto di arrivo sarebbe di riuscire ad essere me stessa anche all’interno di gallerie che vanno in fiera perché il mio lavoro ha anche bisogno di essere veicolato. Non per parlare biecamente di economia perché è un fattore altro, ma nella necessità che il mio lavoro possa proseguire è ovvio che io ambirei ad avere collaborazioni con gallerie che possono avere anche questi tappeti espositivi che sono le fiere. Sempre cercando di far si, però, che il mio lavoro non venga intaccato ma semmai suggerito come evoluzione nella praticità del sistema, non piegandomi io a quel sistema per poter fare il mio lavoro.

 

Cristiano Capuano