Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa aprirono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz mostrando al mondo intero l’orrore la più grande fabbrica della morte.

Nei campi di concentramento nazisti furono sterminati ebrei, oppositori politici, malati mentali, omosessuali e Rom. Milioni di persone nel cuore dell’Europa furono ricercati, catturati, deportati e ferocemente massacrati. Milioni di persone nel cuore dell’Europa furono etichettati per la loro appartenza religiosa ed etnica, per le loro idee politiche, per le proprie preferenza sessuali. Il diverso diventa il nemico da sterminare, il pericolo da disintegrare. Bambini, donne, anziani, nessuno poté sfuggire dal proprio terribile destino.

La tragedia da Auschwitz ha plasmato la coscienza di intere generazioni in Europa. La memoria è rimasta impressa nei volti di chi aveva vissuto l’orrore, nella perfezione ingegneristica di quelle fabbriche di sterminio, nei capelli rasati delle donne. Una sola grande voce si levava nel nostro continente: pace. In meno di 50 anni i popoli europei si erano trucidati, figli che non avevano conosciuto i propri padri qualche anno dopo costretti ad uccidere altri loro fratelli.

Fu così che pochi anni dopo, con la memoria lucida dell’orrore del conflitto mondiale, gli europei avviarono il più grande percorso di integrazione che avrebbe portato all’Unione europea. Mettere insieme il carbone e l’acciaio fu dire chiaramente condividere le materie prime necessarie allo sviluppo dell’industria ma, soprattutto, condividere le stesse materie prime che servivano a forgiare le armi con le quali gli europei si erano combattuti.

Alla risoluzione dei problemi tramite le guerre si sostituì la logica dell’integrazione e della democrazia. Al filo spinato dei campi di concentramento e alle frontiere su cui tanti erano morti la risposta fu la libera circolazione delle persone e la cittadinanza europea.

I volti della vergogna erano ancora tutti lì per poter ricominciare a parlarsi addosso, per ricominciare a dividere. Oggi, purtroppo, dopo 70 anni, tanti di quegli anziani che ci hanno raccontato l’orrore non ci sono più, e con loro rischia di perdersi la memoria vivente di ciò che è stato. Nelle coscienze degli europei rischiano di insediarsi nuovamente l’odio, le differenze, la paura dell’altro. Cosa sarebbero, se non il preludio di una nuova catastrofe, le parole di odio di una certa destra, gli insulti e le botte alle coppie omosessuali, la ghettizzazione di tanti immigrati, la messa in discussione del processo di integrazione europea in nome dell’interesse della nazione. Queste parole non sono nuove e sono quelle di cui ho paura.

Allora non basta celebrare, non basta meditare che questo è stato, mai più ha bisogno di nuovi impegni, di nuovi sforzi, di una cultura dell’accoglienza e del rispetto, di un nuovo umanesimo. Impariamo a guardare i volti delle nuove sofferenze, impariamo a stringere nuove mani, impariamo a interrogarci e conoscere.

È accaduto, e potrebbe accadere ancora.

Antonella Pepe