Questo documento è la posizione collettiva di Act! – Campania, un collettivo di attivisti che in diversi territori della regione costruisce esperienze politiche e sociali.

Le ragioni per cui abbiamo scelto di scriverlo sono chiare. Pensiamo vada aperto uno spazio pubblico e di alternativa più ampio verso le elezioni regionali. Uno spazio capace di raccogliere in maniera eterogenea esperienze di movimento, realtà e singoli che in questi anni hanno smesso di praticare politica per disgusto, rigetto, insofferenza.

PUNTO E A CAPO

Abbiamo di fronte a noi il deserto, quello della politica. Decidiamo di prendere parola per costruire uno sguardo alternativo. Alternativo a chi in questi anni ha fatto del posizionamento, dello strategismo, del puro tatticismo gli unici modi con cui misurare la propria azione politica. Alternativo a chi è solito costruire percorsi sempre e solo sulla base della contingenza elettorale. Alternativo a chi pensa che sia sufficiente fare somme algebriche di partiti da percentuali da prefisso telefonico.

Partiamo da qui perché ci è difficile pensare la politica come una contesa con chi ha pensato di poter fare la sinistra senza costruire il popolo o con chi ha fatto della preservazione di un ceto politico il moto stesso della propria esistenza. E’ una partita a Risiko che non ci interessa giocare.

Non ci sentiamo orfani e orfane di qualcosa e di qualcuno, né abbiamo bisogno di orfanotrofi dove piangere culture, aree o tradizioni politiche e di movimento.

In questo deserto abbiamo misurato la pesante assenza di una rappresentanza delle nostre istanze, la mancanza di una sperimentazione tra la dimensione sociale e politica: dalle battaglie sociali alla governance politica dei territori. Il consenso è una cosa seriae si misura con la credibilità di quello che si dice, che è data dall’efficacia di quello che si fa.

Per questo abbiamo scelto di navigare in questi ultimi anni in mare aperto, cercando di praticare uno spazio non identitario dove coesistano conflitto e rappresentanza dei bisogni, nuovi linguaggi e costruzione di consenso e democrazia realmente partecipata; tanto nelle esperienze elettorali come quella delle europee, tanto nei percorsi di lotta di questi anni.

Punto e capo. E’ il momento di rovesciare il tavolo.

E’ CCHE MISERIA!

III millennio, anno galattico 2015. Scenari apocalittici.

Se decidessimo di girare il film del tracollo della nostra regione, ci ritroveremmo a girare con una telecamera capace di catturare solo immagini in bianco e nero. L’uso dei colori infatti darebbe un carattere di modernità che poco si addice alle immagini che si presentano ai nostri occhi. La miseria che viviamo è quella di quartieri abbandonati, lasciati in mano della camorra che ha controllato voti, corrotto apparati, fatto affari con imprenditori e politici. La camorra che è il responsabile maggiore della miseria che viviamo, del compromesso che subiamo. Il tema centrale per il futuro di queste terre, devastate dai poteri criminali, corrose e sbranate dalla insaziabilità bulimica di chi ha giocato e gioca con la vita delle persone.

Proviamo a rendere l’idea partendo dalle condizioni materiali dei cittadini campani. Discutiamo spesso della necessità di un modello di sviluppo alternativo. Il punto è che un modello di sviluppo non esiste affatto.

Dove e come si starebbe sviluppando la Campania?

Decine di aziende chiudono ogni anno e lasciano per strada migliaia di lavoratrici e lavoratori. I redditi medi delle famiglie sono in caduta libera e migliaia le donne e gli uomini che non hanno il denaro per acquistare gli alimenti più basilari. Cresciamo tre volte in meno del Nord Italia e non abbiamo alcuna forma di welfare in grado di attutire sia la perdita dei posti di lavoro sia l’opportunità di trovarne.

I diritti del lavoro sono stati totalmente calpestati: dalla Fiat di Pomigliano, ai migranti sfruttati dai caporali, passando per gli scantinati della produzione a nero del tessile, attraversando i call center e i lavori occasionali, a chiamata e le centinaia di forme con cui si configura la precarietà.

Della dignità del lavoro, della libertà nel lavoro non resta che un vago ricordo.

Nel Sud in questi sei anni 600.000 persone sono state sbattute per strada, la fetta più grande proprio in Campania. Non solo non si arriva a fine mese, ma migliaia di persone scivolano in una condizione di povertà assoluta. Viviamo in una regione dove si moltiplicano gli sfratti esecutivi, le richieste di aiuti alimentari, il numero dei senza fissa dimora.

Il 52% dei giovani non ha un lavoro. E per chi un lavoro “lo trova” la prospettiva è troppo spesso quella della precarietà. Quella che avevano annunciato essere una “garanzia per i giovani” si è rivelata una truffa che ha condannato migliaia di noi a condizioni ulteriormente precarie; una “garanzia” utilizzata per piccoli e grandi favori: solo uno spot elettorale con i fondi europei.

Non ci sono investimenti. Mancano progetti di riqualificazione degli edifici scolastici. Il diritto allo studio e la qualità formativa sono stati completamente cancellati. Queste sono le conseguenze della dispersione scolastica e universitaria: migliaia di studenti che scivolano nella marginalità.

CITTADINI DI QUALE PAESE?

L’acqua è poca e la papera non galleggia.

Il totale smantellamento dei diritti di cittadinanza è la cifra di un Governo Regionale che, senza alcuna opposizione reale del Partito Democratico, ha distrutto servizi sociali, pubblici e comuni:

È stato completamente disatteso il referendum del 2011.

L’acqua non solo non è stata ripubblicizzata, anzi il Governo Caldoro con la legge finanziaria ha spianato la strada ai privati nella gestione del servizio idrico.

Inoltre il trasporto pubblico è alla frutta. La Circumvesuviana ha soppresso numerose stazioni e corse, riducendo drasticamente gli orari. I treni delle Ferrovie dello Stato sono diminuiti. La tratta storica Napoli-Salerno è ancora chiusa, Avellino non ha più un sistema di trasporto su rotaia. Il costo del biglietto è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni.

E’ in campo una privatizzazione ancora più selvaggia del trasporto pubblico. Le periferie e le città di provincia sono completamente tagliate fuori, trattate come dormitori della grande città.

La sanità, di cui Caldoro si fa vanto di aver pareggiato i conti in rosso, conta numerosi poli se non interi complessi ospedalieri chiusi o in via di chiusura: l’accesso gratuito alle cure non è garantito e la qualità dei servizi è radicalmente diminuita.

AUTOPSIA DI UN BIOCIDIO

Pompieri che non spengono incendi nel deserto.

Il dramma ecologico della nostra Regione non può essere banalizzato con le immagini di strade sporche e di rifiuti che bruciano. E’ invece la cifra di un sistema fatto di politiche emergenziali e commissariamenti. E’ un sistema produttivo costruito in venti anni che ha scelto di non preservare bellezze e ricchezze campane ma ha imposto la devastazione del territorio in un’ottica di accumulazione di profitto per pochi.

Questo è avvenuto ogni volta che è stato affrontato il nodo ambientale in questa regione. Quando si è scelto di costruire un inceneritore ad Acerra o si è provato a replicare quel modello a Giugliano o a Salerno: ciminiere che non risolvono il problema, generano migliaia di morti e devastano il territorio. Quando sono stati sotterrate migliaia di tonnellate di rifiuti industriali o ne sono state bruciate altre migliaia ai bordi delle strade di periferia. Quando lo si è lasciato fare nel silenzio generale, nel vuoto delle istituzioni o nell’insufficienza delle risposte. Quando si è consentito il proliferare di discariche a cielo aperto, abusive e non; quando si sono militarizzati interi territori per impedire il dissenso delle comunità che li abitavano. Quando si è scelto di trivellare, devastare, costruire abusivamente su tutto il territorio. Quando si devasta il paesaggio, quando lo si condanna a essere un deserto.

Se guardiamo al nostro ecosistema distrutto, possiamo cogliere l’idea di un potere che ha giocato con la vita delle persone, che per il guadagno di pochi ha distrutto la salute di molti, che per creare una fetta di economia (quello dello smaltimento legale e illegale dei rifiuti) ha scelto di avvelenare un intero territorio.

TRA SCAVI E MACERIE

Analfabeti alla riscossa

Siamo all’anno zero. L’arretramento sociale ed economico e il disastro ambientale da soli non bastano a raccontare la deturpazione e lo svilimento del potenziale che questa regione conserva inespresso nel suo grembo. Numerosi siti archeologici si stanno riducendo in macerie. Non c’è una politica in grado di restituire e garantire alle comunità l’accesso all’arte, alle librerie, ai cinema, ai teatri, alle gallerie, ai musei.

Non si tratta di una visione economicista della cultura e del patrimonio archeologico latu sensu. Questo quadro tuttavia restituisce l’immagine di un sistema malato e incapace di investire risorse nelle ricchezze della nostra terra. Ma c’è dell’altro. Il punto vero è restituire dignità alle comunità che hanno perso la sfida identitaria della coltivazione del proprio patrimonio, in barba adesso a lobby industriali e potentati spesso troppo attenti a mercificare la cultura. Un gioco pericoloso, che ha provocato un progressivo sgretolamento del senso di appartenenza che da sempre il patrimonio culturale tende a costruire e preservare.

Le comunità senza storia e cultura diventano agglomerati amorfi, bancarelle di souvenir dall’aspetto pacchiano che mortificano la tradizione di un popolo intero che non può vivere più lontano dalla

 rivalorizzazione della propria identità, anche culturale.

I FALLITI SONO LORO

Sarebbe bello svegliarsi domani e scoprire che è tutto un incubo.

Questo scenario ha un solo responsabile: la classe politica degli ultimi venti anni. Una classe politica corrotta da mafie e subalterna a tutti i poteri forti e che quando non è stata corrotta si è rivelata del tutto incapace.

I falliti sono loro. Non c’è dubbio. E’ la storia di un modello di gestione del potere opposto al cambiamento. E’ la storia di una incapacità amministrativa e di una classe dirigente complessivamente insipiente e scellerata, un fritto misto di incompetenza e camorra che non può dire di aver migliorato anche solo di un millimetro le condizioni materiali delle cittadine e dei cittadini campani.

Con chi costruisce e ha costruito coalizioni politiche insieme a Nicola Cosentino, con chi fa delle bonifiche solo uno spot elettorale; con la peggiore destra d’Italia non abbiamo nulla da spartire, se non la nostra alterità e opposizione.

Lo stesso vale per quel Pd che ha fallito completamente l’ipotesi progressista e riformista in regione, che dice di rottamare mentre ha votato e promuove Jobs Act e SbloccaItalia. Con questo Pd, che non solo distrugge i diritti e azzera la democrazia a livello nazionale, ma che è anche l’espressione territoriale di responsabilità ben note e mai affrontate, non possiamo costruire pensiero, proposta politica. E figuriamoci alleanze.

Con loro non è possibile un’ipotesi di cambiamento reale, mentre reale e radicale è la crisi che stiamo vivendo. E senza un’ipotesi di cambiamento possibile stiamo parlando di niente. Ci sembra solo politicismo, strategismo senza analisi. E’ questa la vera lettura ideologica: pensare di poter autoconservare un’idea – quella del centrosinistra tout court – che altro non è che un’alleanza fondata su un mondo politico che non esiste più e che ogni giorno che passa si disgrega.

I DELUSI SIAMO NOI.

La politica nel mondo di Oz.

La storia di un leone che cercava coraggio e di uno spaventapasseri che voleva un cervello.

La nostra lettura è certamente di parte. E non può non esserlo. Eppure noi sappiamo che la verità è complessa e che qualcuno è troppo bravo a negarla. La nega chi non vede gli errori commessi in questi anni, gli orrori e gli sbagli che hanno condotto la sinistra ai margini. Non ci stiamo anzitutto con la “sinistra dei righelli”. Quella sinistra che utilizza la differenza come una linea per delimitare chi sta da una parte e chi da un’altra sulla base del semplice posizionamento. Del resto siamo cresciuti con l’idea che le differenze – come il pensiero di genere ci insegna – siano un valore in funzione del pluralismo, che la democrazia è lo spazio della differenza che trova sintesi senza farsi necessariamente macigno inamovibile. Abbiamo invece visto in questi mesi di discussione a sinistra in Campania tutt’altro che un modello di partecipazione come Podemos, tutt’altro che capacità di espansione sociale e processi unitari ed eterogenei come Syriza. Eppure qui tutti evocano modelli greci e spagnoli, si intestano vittorie, si arroccano su posizioni.

Ecco. I delusi siamo noi. Parliamo delle migliaia di persone di sinistra che non votano più, che si sentono tradite e che non trovano nella sinistra politica attuale uno spazio credibile, concreto, capace di misurare la propria azione sul cambiamento e non sull’autorappresentazione. Siamo delusi da una sinistra che è incapace di parlare il linguaggio della nostra generazione, di costruire battaglie all’altezza della modernità che abbiamo di fronte, incapace di farsi forza organizzata in movimento e convinta di poterlo rappresentare solo con le bandiere in fondo ai cortei. Non parliamo di chi sente l’attrazione del voto utile, ma di chi sente la repulsione per l’urna, per la cabina elettorale; per chi non riesce più ad educarsi alla politica come strumento collettivo, perché la politica non si fa più comunità e non è più l’insieme delle parole che si possono dire assieme; non è più la costruzione delle pratiche da sperimentare, lo spazio dove poter mettere le proprie idee, i propri desideri, la propria creatività a disposizione di tutti. La politica, quella alternativa. dovrebbe dare orizzonti ampi al protagonismo, accogliere l’entusiasmo di centinaia di compagne e compagni, donne e uomini, e non chiudersi nelle sue stanze con linguaggi noiosi e liturgie stanche.

KEEP ON MOVIN’

Questa storia finirà, so’ sicuro.

Vogliamo dirla chiara. Pensiamo sia sbagliato – addirittura una follia! – che forze politiche di sinistra possano pensare di allearsi con il Partito Democratico in Campania. Non solo perché il Pd è ciò che abbiamo descritto, ma anche e soprattutto perché è possibile costruire uno spazio nuovo di alternativa. L’abbiamo sentita e detta troppe volte questa espressione. Ma stavolta è vero: davanti a noi ci sono praterie. Basta avere il coraggio di percorrerle, di gettare il cuore oltre l’ostacolo, di mettere tutta l’intelligenza e le energie migliori. Questo per costruire uno spazio non solo politico ma in grado di mettere in crisi un certo modello di politica e idearne uno totalmente nuovo. Questo ci interessa. Noi crediamo che questo sia possibile.

Chiediamo alle forze politiche a sinistra del Pd se davvero c’è ancora al loro interno chi crede che accanto ai dem ci siano margini per costruire qualcosa di diverso che non sia la sopravvivenza di qualche gruppo dirigente di se stesso, senza una base e senza idee. Chiediamo quindi a SeL quale alternativa alle destre possa costruirsi con un soggetto privo di consistenza programmatica e tutto proteso alla contesa del potere per il potere, eternamente proteso a scaricare sul paese e sui territori le proprie contraddizioni e lotte intestine. Un partito sempre più funzionale all’uscita a destra dalla crisi e che riproduce ricette che hanno selezionato classi dirigente predatorie del Mezzogiorno.

In maniera altrettanto netta non crediamo agli spazi chiusi e di testimonianza. Se Syriza e Podemos sono lontane dall’Italia migliaia di chilometri, non ci sono responsabilità della politica che non siano anche responsabilità di un piano sociale. Il rischio è che l’autonomia del sociale diventi autismo. Serve organizzazione. Sinistra politica e conflitti sociali in questo scenario sono necessariamente vasi comunicanti.

E’ venuto meno ogni spazio di mediazione tra i conflitti per la giustizia sociale e la società, tra lotte popolari e traduzione istituzionale delle conquiste democratiche (come quelle referendarie). Non si può più rimandare un processo di soggettivazione autentica e su nuove basi, che opponga al vuoto nullificante di una politica politicista la carica progressiva della contesa del consenso a partire dalla coerenza e dalle battaglie, misurandosi con gli strumenti che più di ogni altro possono cambiare le condizioni materiali di vita delle cittadine e dei cittadini: governare i territori. Non possiamo più limitarci a chiedere ad altri di realizzare ciò che vorremmo, semplicemente perché chi dovrebbe recepire le istanze dei conflitti non vi coglierà mai altro che pericoli per la stabilità, per la governabilità e per i profitti.

Lo diciamo dal 2001 e crediamo che la storia ci stia dando, purtroppo, ragione. Non crediamo ai lunghi appelli senza costruzione politica, senza indicare un percorso, un meccanismo di partecipazione, una pratica collettiva. Crediamo nell’alternativa, ma pensiamo che questa sia un processo e non un contenitore, un’idea organizzativa e non una struttura, un interrogarsi sui linguaggi per costruire consenso e non una rappresentazione della radicalità di se stessi. Anche qui siamo netti, ma non chiusi. Ci interroghiamo con criticità e anche noi ci stiamo mettendo in discussione con queste parole. Bisogna spezzare le liturgie di un certo modo di fare politica, non conservarle. Noi vogliamo stare in un percorso davvero ampio e unitario, intelligente e moderno. Se questo non ci sarà, continueremo il lavoro di questi mesi: lanceremo una nostra iniziativa sul reddito di cittadinanza in Campania. Lo faremo a prescindere, tra le persone, in tutti i quartieri, settimana per settimana: un’iniziativa che possa riaffermare il diritto alla dignità di ognuno, che possa rompere il dogma della spesa pubblica in quanto spreco, che rivendichi un welfare universale che abolisca la miseria e che riesca a mettere al centro la ricchezza sociale rispetto a quella finanziaria.

La nostra generazione non ha bisogno di giovanilismi retorici ed inutili. Ha bisogno di prendere voce rispetto alle proprie condizioni, di acquisire un protagonismo che il fallimento della politica ha troppe volte ristretto e represso. La partita ce la vogliamo giocare.

DAL BASSO, NEI BASSI.

L’alternativa non si evoca, si pratica.

Ci chiediamo allora perché non esista un quadro ampio e unitario di alternativa. Naturalmente ce lo chiediamo per aprire una discussione pubblica a partire da questo contributo. Non l’ennesimo appello, non l’ennesima proposta, ma uno spunto di discussione di cui pensiamo si dovrebbe tenere conto per l’esperienza di questi anni di battaglie. A partire dall’ultimo anno, dove nel contesto delle elezioni europee abbiamo provato ad esprimere una rottura che ha avuto ampio consenso. Pensiamo che si debba lavorare da subito per costruire uno luogo aperto, ampio, capace di cucire le lotte contro la precarietà e contro il biocidio, di narrare le contraddizioni e le miserie della politica di questo ciclo ormai da superare, di costruire una proposta credibile per cambiare radicalmente la vita delle cittadine e dei cittadini della Campania. Non vogliamo guardare con esterofilia al popolo greco o alle vicende spagnole. Pensiamo che qui e ora vada praticata una strada con coraggio ed intelligenza. Una strada che non può che nascere da Sud, dalla Campania, dall’intelligenza collettiva del nostro popolo, dalla forza emotiva e dalla sua straordinaria creatività.

Abbiamo la forza di costruire un immaginario concreto nei quartieri popolari, nei luoghi del lavoro, nello spazio della cittadinanza precaria, nelle scuole e nelle università, raccogliendo le intelligenze che sono stanche di questo sistema di potere?

Noi crediamo di si, ma pensiamo che ciò non possa delimitarsi in uno spazio chiuso, diviso e frammentato. Crediamo si possa invertire la rotta solo se pratichiamo la politica oltre che invocarla o predicarla. Serve individuare proposte chiare e costruirle tra le persone, territorio per territorio, quartiere per quartiere, strada per strada. Pensiamo che siano cinque le questioni cruciali che dobbiamo discutere:

  1. reddito di cittadinanza e nuove politiche per il lavoro e i diritti. Per dare dignità alle persone e toglierle dal ricatto della miseria; per offrire la possibilità che a troppi di noi è stata negata: immaginare anche solo il proprio futuro;
  2. bonifica del territorio, la chiusura degli inceneritori, un nuovo modello di sviluppo basato sui rifiuti zero e su un altro sviluppo energetico;
  3. chiusura immediata delle aziende private di gestione dell’acqua come la Gori. La ripubblicizzazione del servizio idrico, il reinvestimento in una politica concreta sui trasporti pubblici; la riapertura degli ospedali e dei presidi sanitari locali per garantire la gratuità e la qualità del servizio sanitario;
  4. investimento in innovazione, cultura, ricerca e saperi, a partire dal diritto allo studio, per fondare un nuovo modello di sviluppo.
  5. riuso sociale dei beni confiscati e abbandonati. Abbiamo di fronte a noi una grande opportunità di riscatto dei territori. Sottrarre proprietà e risorse alla camorra, riconsegnarli ai cittadini per sviluppare forme di cooperazione, mutualismo, welfare dal basso.  A partire non solo dagli strumenti che la legge in materia ci offre ma anche ponendo l’attenzione su spazi dismsessi e zone di archeologia industriale.

OPERAZIONE MARADONA

Una proposta nelle pieghe del possibile

Allora una proposta la vogliamo fare. E partiamo dal mettere a valore le identità collettive in uno spazio pubblico. Ci rivolgiamo a tutte le realtà politiche e di movimento della città: apriamo da subito un percorso aperto con una consultazione aperta nei territori della Campania per misurare la credibilità delle nostre proposte. Altro che primarie… Facciamo confrontare e sorgere i nostri contenuti e la nostra idea di alternativa dai e trai cittadini. Costruiamo una carovana dell’alternativa, un ciclo di incontri delle comunità civili, associative, politiche e in lotta, che possa viaggiare sui territori con attivisti e persone impegnate e da impegnare in prima persona nella corsa non solo alle regionali, ma per un processo più profondo e di lunga durata. Una carovana che sia campagna di ascolto, in cui chiedere alle persone e alle comunità che incontreremo di farsi protagoniste del nostro percorso politico. Costruiamo un luogo anche digitale di confronto, una piattaforma di idee e pratiche aperte a tutte e tutti. Mettiamoci al lavoro per costruire un immaginario forte, coinvolgiamo le migliori intelligenze della regione (attivisti, docenti, professionisti, intellettuali, scrittori, artisti). Chiediamogli di prendere parte con coraggio, di non restare chiusi nelle gabbie dei mestieri. E poi costruiamo un momento ampio, di popolo, che sia virale, che interessi chi della politica e delle parole si è stancato.

Questo possiamo farlo se lo facciamo insieme. Se le forze di sinistra, da Sel alle liste civiche e di area sparse nei comuni, rompono questo legame – questa volta davvero minoritario – con il Pd campano, se dimostrano di avere il coraggio di costruire uno spazio nuovo e autonomo. Questo è possibile se le forze che già hanno un percorso alternativo come “Maggio” si mettono a disposizione per uno spazio ancora più ampio, ancora più vasto, ancora più inclusivo e leggibile di quanto non si sia riuscito a fare fino ad ora. Ci sono centinaia di persone che potrebbero partecipare e organizzarsi se solo dessimo loro uno strumento di partecipazione vero. Abbiamo ancora diversi mesi e possiamo raccogliere le migliori intelligenze e le energie per provarci. Possiamo produrre questo sforzo?

Lo domandiamo a tutti, lo domandiamo a noi. Ci vuole coraggio, molto coraggio. E forse un pizzico di follia. Vuol dire mettere in discussione tutto. Del resto la miseria culturale è direttamente proporzionale alla miseria della politica.

Costruire uno spazio pubblico dell’alternativa vuol dire dare centralità alla pratica politica e non al posizionamento, alla valorizzazione delle differenze e non ai soliti recinti o steccati. Non c’è più spazio dopo questi venti anni per piccole soglie di miglioramento, per alchimie politiche. Lo vediamo nella disperazione di migliaia di giovani senza futuro ma con le idee migliori per cambiare la nostra terra.  L’abbiamo visto quando siamo partiti via da questa regione per cercare lavoro. E lo vediamo tuttora quando non possiamo tornare per costruire qualcosa, per lottare, per realizzare la nostra vita nella terra che amiamo. Ed è l’amore per la nostra terra, la cifra del sudore che vogliamo spendere in un percorso di cambiamento reale. Ed è l’odio mosso d’amore con cui misuriamo la rabbia per l’aver subito sulla nostra pelle troppi errori, la rabbia nel vedere il nostro Sud immiserito, il nostro futuro cancellato.

L’alternativa è una partita che si gioca all’altezza di questo tempo. Altrimenti diventa testimonianza, autorappresentazione. Noi pensiamo che questo spazio ora non ci sia ancora, ma che si possa costruire partendo con uno spirito nuovo, valorizzando i percorsi e le esperienze di tutti ma ridefinendo molte priorità: la strada da percorrere, con chi la percorriamo, con quali strumenti e soprattutto per quali fini.

Insomma, per dirla con due linguaggi diversi, vogliamo procedere consapevoli della lezione gramsciana per cui la tattica è una dipendenza della strategia, l’amministrazione una subordinata della politica e l’organizzazione un’articolazione della teoria. Per troppo tempo queste relazioni sono state recise o capovolte nel loro contrario, riducendo la strategia a dipendenza della tattica, la politica a subordinata dell’amministrazione e la teoria a giustificazione delle contingenze organizzative. Rovesciare il rapporto tra idealità e pratiche politiche è l’unico modo che conosciamo per ricominciare a porci domande giuste.

In altre parole, per fare una “Operazione Maradona” ci vorrebbe Maradona. Non ci serve un difensore qualunque. Siamo all’attacco. Per capovolgere gli esiti della partita dobbiamo dare spazio a ciò che spazio non ha ancora, dargli un orizzonte.

Bisogna inventarsi un fuoriclasse collettivo.
Zero a zero. Palla al centro.