Quando si cerca di trascrivere un espediente di filosofia, l’immagine che se ne produce viene assimilata ad una forma di studio, sciatto indottrinamento, corrispettivo a ricerche tra granuli di polvere in biblioteche pregne di chiuso. Sembrerebbe quasi impossibile conciliare “teoria e prassi” nei giorni moderni, giorni in cui ci si sente pionieri dell’aforisma scopiazzato, e liberi dai valori più che dai vincoli di riflessione indipendente.

Dai filosofi che hanno trattato della spiritualità della coscienza, dell’etica virtuosa da rilegare nei parametri della saggezza, fino a coloro i quali si sono sciolti alla ribellione dell’assurdo e dell’esistenzialismo sfrontato, hanno osservato trascorrere la storia quegli uomini chiamati “cinici”; a praticare l’essente, reclusi in una coltre di nichilismo artefatto, nell’egual misura in cui furono coscienti di poter non fare altro che essere, secondo natura, ciò che agli uomini è consentito nelle sorti dell’umile volontà della realtà. Coloro che, provenienti dall’essenziale apologia socratica, eseguirono la filosofia.

Con la prevalenza di una condotta di vita spudorata, Diogene Laerzio, discepolo di Socrate, fu uno dei filosofi a promuovere la tecnica del cinismo come stile di vita accondiscende alla virtù, nella fierezza del rifiuto di elargire uomini divini, quanto nella tristezza di soccombere allo strazio di deturpare acque alla natura. Così si dice che fece: “Durante un banchetto gli gettarono degli ossi, come a un cane. Diogene, andandosene, pisciò loro addosso, come un cane.”

Diogene Laerzio raffigurato nell’affresco “La scuola di Atene” di Raffaello.

Forse perché serviva scorgere l’utilità di sentirsi come bestie, a vagabondare nell’esigenza di una verità da intuire, quasi da profetizzare sarcasticamente per difendersene dalla pericolosità. A sbilanciarsi un po’ per scherzo, ma sull’attenti per sguainare un pessimismo solidale. Come spiriti sporchi di pacata irrefrenabilità, pronti a slanciarsi nel baratro dell’incongrua certezza d’essere. I cinici consideravano l’ascesi della vita tra i rappezzi di una cultura istantanea, proveniente dai caratteri anti-estetici e slegati ad ogni tipo di dottrina che non sappia trascendere e premettere. L’affronto delle situazioni che avviene “senza se e senza ma” – quello dei cinici: filosofi per eccellenza di coerenza e sdegno. Ma soprattutto, filosofi dell’autosufficienza interiore: promotori del senso di autarchia, feroci artefici di una propria sicurezza esistenziale. Esattamente come animali randagi, che scrutano con occhi di terrore solo per diffidare, intenti a non calzare nell’ingenuità che può ingannarli.

Nell’ipocrisia della pacatezza hanno tentato lo scandalo, con la fuorviante indignazione ironica hanno dismesso i caratteri dell’umiltà – nella convinzione contraddetta dall’amore per la scoperta, e la sensazione di aver già visto troppo: la filosofia dei cinici nacque nell’offesa di ripudiare la stabilità dei filosofi elargiti ad animali, che praticavano gli stereotipi di miseria attraverso sguardi di ribrezzo verso l’indecenza della “borghesia” umana. Il cinismo praticava un messaggio di polemica verso la sferrante adulazione del lusso, la volgarità prestabilita nell’indecenza interiore – i cinici nascevano per diventare l’ideale stoico, essere il sostentamento di sé stessi.

Ebbene, anche con questo articolo mi sono chiusa nella retorica degli aggettivi che possano esprimere minuziosamente qualche immagine appresa da libri ed esperienze. A voi lettori, estrapolo un dialogo tratto da “Il sogno di una cosa“, per comprendere il paesaggio desolante in cui si muove la filosofia di un cinico per eccellenza:

“Voi mangiate tutti i giorni, ma c’è qualcuno che alla mattina quando si alza non sa se alla sera quando andrà a dormire avrà mangiato o no. Lei non ci pensa? […] I disoccupati ci sono, e se non ci crede venga con me, che la porto per le loro case, a vedere che cos’è la miseria […] se lei ha un po’ di cuore, non gliene importa niente, né del tribunale, né del sindacato. Assumendo degli operai, lei aiuta delle famiglie che muoiono nella miseria”.

Come nascosti confutatori di una disprezzante circostanza sociale, oggi i cinici hanno gli occhi dell’autarchia sentimentale, della martire disillusione che neanche si sbandiera ai telegiornali, che viene colta solo per sostituirsi all’arrabbiatura momentanea, in un mondo che sfracella i suoi pilastri perché impegnato a decorare l’empietà di cui si finge in superficie. E non ci resta che essere cinici di fronte alle burocrazie, ai mercati, persino ai sentimenti: cinici come la penna di Pasolini, come i suoi preamboli mentali che hanno schiuso il tema centrale dell’autosufficienza, della compassione umana, la morale sottomessa agli occhi della gente comune, nell’ormai rara scontatezza di praticare un po’ di umanità.

La “borghesia” da criticare per l’indole di consumare, di sentirsi beneficiari di qualcosa, rappresenta pienamente uno scempio che strumentalizza il vuoto etico, generando una mediocrità dell’animo, allusiva da esser fraintesa quanto corrosiva per il danno d’incapacità critica che ne corrisponde. E tutto questo pessimismo s’abbracciava teneramente alla filosofia dei cinici.

Alessandra Mincone