A distanza di qualche mese mi occorre ritornare, non avendo altri luoghi per poterlo fare, sulla vicenda alleanze. Non è mia intenzione ricordare nuovamente le differenze tra l’elezione per il parlamento e le competizioni regionali, quanto piuttosto affrontare sul piano politico l’inutilità di un accordo con forze politiche sempre più attente alla salvaguardia dei propri destini personali.

Ho trovato abbastanza forviante che dirigenti del partito democratico (senza alcuna discussione negli organismi) abbiamo espresso così tante parole di apprezzamento per le dichiarazioni dell’ex vicepresidente della Giunta regionale, Giuseppe De Mita. L’esponente di Area popolare, a pochissimi mesi dal rinnovo del consiglio regionale, sembra accortosi dei limiti dell’esperienza Caldoro nonostante sia stato in prima persona e con il suo partito pezzo integrante della gestione campana di questi anni. Quasi a glorificarsi parla pure delle sue presunte dimissioni da vicepresidente e assessore regionale per questioni di dissenso e non perchè, è bene ricordarlo, lo impone la legge (i GD della Campania furono i primi a chiederne le dimissioni).

Del resto i cosiddetti “moderati” campani sono soliti salire sul carro dei vincitori o presunti tali in zona Cesarini, lo hanno fatto cinque anni fa alleandosi con Caldoro e vorrebbero farlo ora alleandosi con il centrosinistra. Insomma, l’importante è gestire il potere, stare al “centro” per potersi spostare dove meglio conviene. 

Tuttavia, a diversi esponenti dem appare ineludibile un’alleanza di questo genere se si vuole vincere. Le parole del presidente del Pd Stefano Graziano fanno trasparire bene questa posizione quando si afferma la necessità di un contenitore con i moderati per “ragioni oggettive e non per desiderio personale”. La traduzione di tutto questo è semplice: per qualcuno le elezioni si vincono per sommatoria di voti e non per offerta politica. Del resto il PD non si è contraddistinto in questi anni per proposta politica, non è chiaro a nessuno quale sia la sua idea di Campania, come intende risollevare questa regione dai drammi che la attanagliano. E nonostante sembra essere concentrato sui rimasugli da mettere insieme, non si cura nemmeno di fare una discussione pubblica sul tema.

Perché i cittadini campani dovrebbero capire una simile alleanza? Perché dovrebbero dare fiducia ad un contenitore costruito da un ceto politico attento solo ai propri destini personali? Perché dovrebbero favorire l’affermazione di chi in questi anni ha partecipato a pieno titolo alla gestione della cosa pubblica? Sono queste le domande che una grande forza di governo dovrebbe porsi nel guardare al proprio esterno. È con i cittadini campani che il Pd dovrebbe stringere un patto di fiducia, dicendo chiaramente cosa farà il giorno dopo l’insediamento a Santa Lucia, rispondendo al disagio sociale, all’esodo giovanile, al dramma della disoccupazione. Il Pd dovrebbe scrivere una nuova pagina, disegnando una Campania diversa. È possibile che la più grande forza di cambiamento di questo Paese sia schiacciata qui ad una logica di sommatorie e non coltivi l’ambizione di un progetto politico definito? 

A tutto questo c’è chi non vuole rassegnarsi. C’è una regione che ha voglia di riappropriarsi di un sogno che non potrà mai vivere sotto i ricatti di certe forze politiche come è stato in un passato neanche troppo lontano. Non si può discutere a Roma di una legge elettorale utile ad evitare alleanze spurie e poi proporle come risolutive nei contesti regionali. Se Caldoro ha governato male la responsabilità è anche di Giuseppe De Mita e Nunzia De Girolamo ed un Pd che si candida a cambiare non può far finta che non sia così. Chi non vuole capirlo, sia chiaro, ne è complice.  

Antonella Pepe