“Fidel Castro rimarrà al potere al massimo per un anno”
Nel 1959, Fulgencio Batista commentava così l’esito della Rivoluzione che aveva appena rovesciato il suo governo. La dichiarazione dell’ex dittatore è poi romanticamente passata ai posteri per tutta la tenerezza che si può provare davanti all’incapacità dell’uomo di misurarsi con la storia: oggi, nel 2015, Cuba rima ancora con Castro.

La cronistoria è ben nota. Il 25 novembre del 1956, 82 guerriglieri del Movimento 26 luglio salpano dalle coste orientali del Messico alla volta di Cuba. Lo sbarco di Playa Las Coloradas, il 2 dicembre, sancisce l’inizio della Rivoluzione. Capitanati da Fidel Castro, i barbudos mettono in atto la riconquista dell’isola tramite azioni di guerriglia che, dalla Sierra Maestra, li condurranno all’Avana e alla presa della fortezza della Cabaña presso cui, l’8 gennaio 1959, si decreterà il trionfo della Rivoluzione.

Non appena terminate le cronache della guerrilla, cominciarono quelle del vergognoso embargo che strangola l’economia cubana da più di cinquant’anni. Dall’ottobre del 1960 al febbraio del 1962, quello che i cubani chiamano el bloqueo fu esteso a tutte le importazioni. In un passaggio del suo “L’Avana ai tempi del blocco”, Gabriel García Márquez scrisse:
Il 12 marzo 1962 venne imposto un drastico razionamento dei beni alimentari e più tardi vennero a mancare molti articoli di uso domestico. Il Natale del 1962 fu il primo ad essere festeggiato senza carne di maiale e torrone, con i giocattoli razionati. Ma fu il primo nella storia di Cuba in cui tutti i bambini, senza eccezione, ebbero almeno un giocattolo”.

Gabo, colombiano ma prima di tutto latinoamericano, è purtroppo venuto a mancare pochi mesi prima della svolta epocale che le diplomazie delle Americhe stanno intravedendo. La storia della politica ostruzionista di stampo mafioso che gli Stati Uniti hanno imposto al mondo contro Cuba per oltre mezzo secolo è stata, almeno in teoria, riscritta con tre semplici parole: “Todos Somos Americanos“.

Il 17 dicembre 2014, il presidente statunitense Barack Obama ha ammesso il fallimento del blocco commerciale, economico e finanziario che vige nei riguardi di Cuba, manifestando l’intenzione di riallacciare le relazioni diplomatiche tra i due paesi. Si tratterebbe, nello specifico, di aprire una nuova ambasciata USA a L’Avana, di depennare Cuba dalla lista degli stati pro-terrorismo, di incrementare commercio, turismo, investimenti e circolazione di informazioni da e verso l’isola.

L’impatto che il sollevamento dell’embargo potrebbe avere sulla politica, sull’economia, e soprattutto sulla storia delle Americhe sarebbe dunque colossale. I condizionali sono d’obbligo a causa della necessità che la decisione di Obama passi positivamente al vaglio di un Congresso che, stando agli esiti delle elezioni di midterm dello scorso novembre, non renderà vita facile al Presidente nei suoi ultimi due anni di mandato.
La svolta propiziata da Obama arriva, dunque, nel pieno di una fase politica delicata per gli Stati Uniti, in cui determinate prospettive riformiste in politica estera celano molte più ragioni “interne” di quanto non appaia.

Segnali di distensione più o meno deboli si intravedevano da diversi anni: il 3 giugno 2009, Cuba è stata ufficialmente riammessa all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e il 28 ottobre 2014, per il ventitreesimo anno di fila, l’Assemblea Generale dell’ONU si è espressa contro l’embargo a fronte di 188 voti favorevoli, 2 contrari (USA e Israele) e 3 astenuti. Inoltre, stando ai dati riportati dall’agenzia di stampa cubana Prensa Latina, circa il 60% dei cittadini statunitensi è a favore della cessazione delle sanzioni e del blocco economico contro Cuba.

Il momento propizio per la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi è stato, dunque, colto nel segno da un Obama costretto ormai a giocare d’anticipo in versione “anatra zoppa”, messo all’angolo da un Congresso a maggioranza repubblicana. La proverbiale palla presa al balzo per rendere pubbliche trattative che andavano segretamente avanti da almeno un anno è stata la liberazione del prigioniero statunitense Alan Gross da parte dell’Avana a cui Washington ha risposto scarcerando gli ultimi tre dei “Cincos” arrestati nel 1998 per essersi finti esuli ed infiltrati in fazioni anticastriste a Miami.

La posizione espressa dal presidente Obama consegue la consapevolezza del profondo mutamento che la geopolitica ha subito da 25 anni a questa parte: risulta limpidamente ed universalmente inappellabile il fatto che una direttiva politica come quella dell’embargo, figlia dei fragili equilibri di un mondo bipolare, non sia oltremodo applicabile in un contesto di pieno multipolarismo. La necessità di fare dell’America Latina il proprio “cortile di casa” (così come Henry Kissinger amava definirla) in funzione anti-sovietica, non sussiste più. Il mondo è cambiato, l’America Latina è cambiata: dal Messico allo Stretto di Magellano, la nuova ribalta del bolivarismo ha generato, negli anni, esperimenti di governo sempre più rivolti ad un socialismo nazionale che recuperi quell’autonomia di cui il continente desaparecido è stato privato sin dai tempi della conquista.

Data per buona la distensione, il grande interrogativo ora è: cosa si profila all’orizzonte per Cuba?
Citando un articolo apparso sulla versione italiana dell’Huffington Post, le prospettive future del paese si trovano in bilico tra quelle di colonia americana o di protettorato Vaticano. Il ruolo svolto da Papa Bergoglio nella mediazione tra Obama e Raúl Castro è ormai venuto alla luce e la buona riuscita della triangolazione diplomatica L’Avana-Washington-Vaticano, sperimentata già nel 1997 con Papa Wojtyla, garantirebbe un modello di “terza via” al governo cubano per non doversi piegare al capitalismo yankee. Secondo quest’interpretazione, Papa Bergoglio indosserebbe i panni di un Simón Bolívar postmoderno, garante dell’autodeterminazione delle nazioni latinoamericane contro lo schiavismo neoliberista targato USA.

Tra molte nubi, l’unica certezza è che, entro la fine del mandato Obama e stando a quanto deciderà il Congresso, tutto sarà più nitido e il mondo finalmente saprà se i cubani potranno, al loro rum, mescolare la cola dei gringos.

Cristiano Capuano