Prima di tutto, sappiate che se non leggerete quest’articolo per intero, sarete commissariati dal Fondo Monetario Internazionale; ho già parlato con Obama e lui è d’accordo.

Brainch
Autrice: Laura Arena

Cari lettori, bentornati al brainch della domenica e come sempre, grazie della compagnia. Venerdì scorso sono stato all’esposizione di Shepard Fairey al Palazzo delle Arti di Napoli, in via dei Mille; e se volete farvi un favore, dovreste andarci anche voi, fino al 28 febbraio. Il titolo dell’esposizione è oltremondo emblematico: #OBEY, obbedisci.

Del resto, il concetto di obbedienza è oramai consolidato in quanto nuovo canone etico della società moderna, sostituendo, giusto per fare qualche esempio, concetti banali ed obsoleti come la moralità, la legalità ed il rispetto reciproco.

Obbedienza: il virgulto della pacifica remissione, del quieto e sempiterno perpetuarsi dello status quo. Il cambiamento spaventa, persino quando la tensione sociale raggiunge i limiti – austeri, quelli sì – dell’umiliazione e della privazione.

Shepard Fairey è un artista di strada reso celebre per i suoi manifesti bicromatici, realizzati in occasione delle presidenziali americane del 2008. Tutti voi avrete visto, almeno una volta, il faccione stilizzato di Obama campeggiare sulle splendide “Hope”, “Progress” e “Change”. Obama rappresenta in tal senso una vera e propria icona del pop, al di là del significato politico che pure è andato svilendosi nei suoi due mandati.

Ma l’arte no, quella non svilisce, anzi matura nel tempo la capacità di emanciparsi dalle cogenze del momento, della storicità contingente, immortalandosi in stampe di legno o lastre di metallo, nell’iconografia simbolica di un poster o di un graffito. “Obbedienza” diventa, dunque, la “valuta più preziosa” con cui commisurare la repressione del conflitto sociale e quotare, umanamente e finanziariamente, i popoli e le persone.

Obey 5La visione di Fairey è, naturalmente, una satira sferzante dei modelli politici proposti con insuccesso sotto l’egida della modernità: dal comunismo di stampo sovietico e cinese al più becero capitalismo anglosassone. Attraverso l’idolatria del brand, l’iconoclastia del denaro, e la sottile psicologia comunicativa secondo cui “il mezzo è il messaggio” (cit. Marshall McLuhan), #OBEY ribalta e capovolge, a volte con enfasi virulenta e a volte con sagace sottigliezza, schemi e logiche del terzo millennio.

La sua è, come lo stesso curatore Massimo Sgroi sottolinea, un’ecologia umana che tenta d’instaurare, attraverso le forme della street art, un rapporto tra cittadini ed ambiente urbano fondato su messaggi di pace e di non-violenza, di convivenza fra popoli e di memoria come attestazione della democrazia sociale.

Nell’obbedienza, invece, si dispiega alla perfezione ciò che il potere, politico ed economico, pretende dalle masse, porgendolo però come una garbata alternativa unica: la guerra, la povertà e la miseria; così come, all’opposto, si trovano quelle figure che al sistema hanno ribadito una condotta di vita “disobbediente”, talvolta fin oltre il lecito: leggende della musica come Bob Marley, Tupac e Notorious BIG; combattenti dei diritti civili come Malcom X e Elaine Brown; leader popolari come Che Guevara.

Obey 3La testimonianza dell’obbedienza incarnata da Fairey si esplicita nell’immagine più tenera ed empatica dell’esposizione: quella di una bambina, china ad annusare una rosa che sboccia da una granata, mentre aeroplani neri si stagliano nell’angolo del cielo come messaggeri di morte e distruzione. Da un lato la timida dolcezza dell’infanzia, dall’altro la sterile indifferenza dell’avidità.

Una dicotomia tanto crudele quanto icastica, nelle quotidiane logiche di asservimento al Dio-Denaro. Una banconota in cui campeggia il simbolo del dollaro, accompagnato dalla dicitura “Your God”, chiude definitivamente i canali della metafora per ribaltare lo spettatore sull’atroce palcoscenico di una metarealtà delineata sotto l’egida della dittatura e del pensiero unico: la voce dell’artista diventa allora strumento di ridefinizione intellettuale, in un processo parresiastico di riappropriazione del libero arbitrio: quell’imposizione statuaria, #OBEY, si svela così nella sua parossistica provocazione, ed incita a sovvertire l’obbedienza in ribellione.

Ma l’impalcatura relazionale su cui la nostra società si fonda è un archetipo dell’egoismo, dell’individualismo e dell’imposizione. La Divina Provvidenza cambia e perde di significato, soppiantata dalla Divina Obbedienza, che invece di condurre ad un’intimità spirituale del vivere comune devia verso la spersonalizzazione della finanza e l’anti-etica della speculazione.

Obey 4Divinità di cui siamo tutti figli, in ogni angolo del globo: ne sa qualcosa Obama, che è cambiato sì, ma in peggio, fino a venir raffigurato sullo sfondo di Capitol Hill, centro del potere economico e finanziario americano; ne sa qualcosa anche l’Europa, che dietro le manovre espansive della BCE si appresta ad infliggere un colpo mortale alla Grecia, “rea” di non voler sottostare agli accordi-cappio imposti dalla Troika, e chissà che un domani stessa sorte non tocchi ad altri Paesi (Spagna? Portogallo? Italia?).

E in fatto di Divina Obbedienza, ne sa qualcosa anche Renzi, che nel giro di due giorni è passato da fervido sostenitore di Tsipras a primo esecutore delle volontà della BCE, che ha deciso di non concedere altri sconti e chiudere i rubinetti alle banche greche. Obbedienza, per l’appunto: e cos’altro, del resto? Di quel cosmopolitismo neo-umanistico disegnato anche dai padri fondatori, non rimane che la traccia sui libri di storia: quanto a noi, non possiamo che appellarci a un po’ di buonsenso per racimolare quel po’ d’aria che ancora ci è concesso di respirare da uomini liberi. Prima che anche quello diventi un gesto a comando, in nome di una sacra esigenza.

Buona domenica a tutti, e alla prossima.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli
ilbrainch@liberopensiero.eu

 

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