Oggi voglio confrontarmi con voi, ma soprattutto con me stessa, circa un tema a cui tengo molto e per il quale mi sento direttamente chiamata in causa dinanzi ad un kantiano tribunale dell’onestà intellettuale: il pregiudizio, tipicamente studentesco, sulla presunta inutilità della filosofia.

Sarà la pigrizia intellettuale, tipicamente adolescenziale, verso il fichtiano streben che precede la formulazione di un pensiero autonomo, sarà la pateticità dell’approccio di certi docenti alla materia, sarà, ciò che più temo, l’automatizzazione robotica della funzione cogitativa, che è invece cifra di umanità compiuta, in nome della compattazione, tutta social, del linguaggio: insomma, la filosofia proprio non piace agli studenti.

Eppure, la filosofia è fermento ideologico, è percorso trionfale della razionalità, è storia del pensiero: perchè, dunque, lasciare che la logica di una sedicente “buona scuola” mirante alla formazione di consumatori di formazione (Diego Fusaro ndr), piuttosto che di uomini pensanti, liquidi, impoverendolo e banalizzandolo criminosamente in barbosissimi e settorializzati paragrafi, la commovente storia di un pensiero che è vita? Perchè non cogliere la bellezza, la simmetria, il rigore, l’apparente infallibilità di certi ragionamenti, perchè non apprezzare l’astuzia di certi assiomi, perchè non inseguire vorticosamente il filosofo nella sua ansia di conoscere e di far conoscere? Perchè, insomma, lasciare che quei barbosissimi e settorializzati paragrafi non prendano invece vita e comincino a trasudare il fascino di essere esistiti in forma dinamica ed, hegelianamente, dialettica?

E invece no, si preferisce la pigrizia intellettuale. Si preferisce l’asettica, comoda critica ad una filosofia che è troppo astratta, parafrasando il lessico adoperato da certi studenti con la simulata ingenuità puerile del sordo che non vuol sentire. Eppure, lo diceva Hegel, la filosofia è figlia del suo tempo: una nottola di Minerva, che si erge in volo solo al tramonto della realtà e, dunque, chiamata direttamente ad interpretare, proponendovi auspicabilmente una soluzione, i problemi del proprio tempo.

Lungi dall’astrazione, lungi dal fumo di certi cavillosi sofismi, lungi da un’art pour l’art : la filosofia è utile, se per utile s’intende la messa a frutto delle proprie capacità intellettuali, in vista di un impegno per un’hegeliana evoluzione dello Spirito, e non, secondo la cannibalesca logica del capitale, fonte di profitto mercificabile e quantificabile in moneta.

E l’obiezione di riserva del disperato studente messo alle strette: Ma tanto oggi non ci sono più i filosofi!

E invece no: Diego Fusaro, classe 1983. Autore di un canale Youtube e di una rubrica “Cronache Marxiane” , sul portale “Lo Spiffero”,  è stato citato tra i filosofi emergenti da parte di Maurizio Ferraris, sul quotidiano La Repubblica. Giovane, acuto, spaventosamente serafico nei suoi video online, è un esempio di come la filosofia possa, non solo convertirsi in praxis, ma ringiovanire, se mai abbia conosciuto la senilità.

Ricercatore dell’Università San Raffaele di Milano, è l’esempio per chi crede, con uno schopenahueriano ma conveniente autoinganno, che la filosofia possa essere spazzata via insieme a polverosi mattoni di una biblioteca dimenticata, secondo un’immagine convenzionalmente caricaturale dello studio come absolutus, sciolto , cioè, da una possibile ricaduta pragmatica. E di come soprattutto la filosofia, oggi più che mai, non possa prescindere dal confronto con i dilemmi del proprio tempo: il capitale ed un misterioso fenomeno economico, culturale e politico, che è tutto e niente insieme, comunemente noto come globalizzazione.

Cosa propone il giovane Fusaro? Ritenutosi più volte orgoglioso allievo della Sinistra hegeliana, sostiene che l’umanità tutta debba ripartire da Marx. E cioè, non necessariamente riproporre un sistema filosofico, che, per la metafora della nottola, non può calzare millimetricamente la nostra epoca, quanto piuttosto ripartire dall’utopia; ripartire dall’aspirazione ad una palingenesi, ad una sveviana conflagrazione che sia portatrice di rinnovamento e di valorizzazione.

Ritornare a sperare, dunque. Pensare per sperare. Niente di più umano, di più fervente e vivo.

Ed ora, provate a dire che sia inutile.

Caterina Puca