Il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, dichiara in un’intervista al settimanale tedesco Stern che la Grecia non sarà in grado di rimborsare il debito nel breve termine per cui si renderà necessario quello che in termine tecnico si chiama haircut, ossia un taglio che la BCE applica sui titoli obbligazionari che le vengono dati in garanzia quando le banche chiedono finanziamenti a Francoforte. L’haircut dipende dal rating (dunque dall’affidabilità) di un titolo: più basso è il suo rating, meno valgono le garanzie e meno soldi le banche possono ottenere dalla BCE. Alla luce di queste considerazioni le dichiarazioni appaiono alquanto temerarie, ma il ministro greco ha fatto delle temerarietà e dell’informalità un tratto distintivo della sua personalità.

Le dichiarazioni di Varoufakis di certo non tranquillizzano i mercati ma non sorprendono affatto, anzi ci si aspettava delle esternazioni in tal senso da parte di un governo che, oltre a fronteggiare i diktat che derivano dagli impegni presi in precedenza in sede europea, deve anche tener conto delle spinte interne che vanno tutte nella riduzione di un debito considerato oramai insostenibile. Ovviamente non si è fatto attendere il commento del ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, che nel rispondere al suo omonimo greco ha dichiarato: «Non si tratta di tracciare delle linee rosse, ma esiste un programma e se la Grecia vuole, può trattare con le tre istituzioni, che vengono chiamate Troika, all’interno di questo programma. Ma se si esce da programma, siamo curiosi di sapere cosa la Grecia intende fare. O questo programma viene completato oppure non c’è nessun programma».

Dichiarazioni dure e abbastanza eloquenti, ma anche in questo caso del tutto ovvie considerando il fatto che il governo tedesco è sicuramente quello meno accomodante alle richieste di Atene. A gettare acqua sul fuoco le dichiarazioni del Primo ministro italiano, Matteo Renzi, che sulla questione esprime il suo punto di vista: «Il punto centrale non è la politica economica greca. La battaglia è cambiare la politica economica europea perché ci sia più flessibilità e più crescita». Dichiarazione sicuramente più accomodante, forse dovuta alla poco felice situazione italiana che per quanto accreditata di una tenue crescita nel corso dell’anno corrente, è ben lontana dl risolvere il problema occupazione che più incide sulla prospettiva per il futuro.

Dal canto suo il ministro greco Varoufakis ha rilasciato delle dichiarazioni di apprezzamento per il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, e per la cancelliera Angela Merkel, il tutti evidentemente nel tentativo di non chiudersi a riccio in posizioni poco difendibili. Nel frattempo il primo ministro greco Alexis Tspiras cerca la sponda dell’OCSE, e, dopo un incontro con il segretario generale Angel Gurria, annuncia che Atene lavorerà con l’organizzazione con sede a Parigi proprio per la revisione delle riforme imposte alla Grecia dai creditori e per il varo di un piano di rilancio della crescita del Paese.

Atene ha anche chiesto, in alternativa all’haircut di agganciare il pagamento dei prestiti e degli interessi alla crescita del PIL del Paese, ma non è sfuggito ai più che la proposta, pur avendo senso, almeno in linea di principio, dal punto di vista pratico servirebbe a poco a causa della bassa crescita prevista per l’anno in corso e per il prossimo. Ma una via di uscita si deve pur trovare e forse, tra le tante proposte avanzate dal governo greco, quella di dare un taglio all’austerità e di favorire maggiori spese sociali non sembra poi così sballata. Consideriamo infatti che, secondo un recentissimo studio di Macropolis, solo 27 miliardi su 254 di prestiti internazionali sono andati ad esigenze dello Stato. Tutto il resto è confluito nel pagamento degli interessi, delle scadenze di obbligazioni e delle ricapitalizzazioni delle banche.

Francesco Romeo