Il 18 Gennaio 2011 l’uscita di WOW ha rappresentato una frattura rischiosissima. Una frattura a più livelli in realtà: con le logiche di mercato (fortunatamente non ascoltate) della Universal che considerava il doppio album un suicidio commerciale; con la linea di costante commercializzazione seguita dalla gran parte delle band del panorama alternativo italiano degli ultimi anni; una frattura all’interno del loro stesso percorso con un repentino cambio di rotta che ha letteralmente spaccato la loro discografia in due. WOW è stato infatti un lavoro positivamente destabilizzante, un album estremamente sperimentale e coraggioso che ha tagliato i ponti con l’immediatezza e la semplicità del vecchio sound lasciando tutti a bocca aperta, dimostrando la totale inesistenza di limiti alla creatività dei Verdena.
Sapevamo, già dal giorno dopo, che tutto quello che sarebbe venuto dopo avrebbe avuto come inevitabile termine di paragone WOW stesso. Ma cosa sarebbe stato lecito aspettarsi? Un proseguimento di cammino in quella direzione, sulla scia tracciata dalla frattura, o un ulteriore e improvviso cambio di strategia e ritorno alle origini? Sembrerà impossibile ma Endkadenz Vol. 1 sembra riuscito nell’intento di conciliare entrambe le cose.

Quattordici tracce, almeno in questa prima parte intitolata Endkadenz Vol. 1, il solito Sovtek Muff a frantumare i cuori con un fuzz che fuoriesce dai coni degli amplificatori, dai microfoni, dagli occhi, dalle pareti. Fin dal primo ascolto ci si accorge di trovarsi davanti ad un piatto prelibato da gustare lentamente e da lasciar digerire con tutto il tempo che serve, un’opera per niente mordi e fuggi ma che si lascia apprezzare solo con una dedizione maniacale e minuziosa, la stessa che probabilmente la critica dedicò a Locust Abortion Technician dei Butthole Surfers nell’ormai lontano 1987 o appena quattro anni dopo a Spiderland degli Slint, nel 1991, per darvi un’idea di quanto destabilizzante sia appunto questo lavoro. Il nome Endkadenz deriva da un effetto scenico teatrale ideato dal compositore Mauricio Kagel nell’esibizione Konzertstück für Pauken und Orchester.

“E’ la cadenza finale, l’ultimo colpo” – spiega Luca in un’intervista – “Volevamo che il nostro disco fosse il colpo finale di un concerto, tutto concentrato lì.”

Il colore predominante della copertina del disco è il rosso, un rosso scarlatto carico e luminoso, mentre il disco, a sentirlo, è di un rosso più scuro, carminio, che richiama alla mente il colore di cui diventava la bandiera della Germania Est nelle prime luci del tramonto di Pankow. E, sempre in questo suggestivo immaginario, la musica di Endkadenz diventa il colpo finale di una vibrante passione che precipita nella medesima disillusione retro-nostalgica: testi carichi di disincanto e note impregnate di triste ma violenta rassegnazione. Sa di vecchio Endkadenz, nell’accezione più bella che questo termine possa avere, ma sa anche di incredibilmente nuovo. È come se ad ascoltare quest’album Alberto, Roberta e Luca riuscissero a trasmettere una mole infinita di cose da voler comunicare, pur non dicendole affatto. Ha un potenziale di espressività incastrato che aspetta solo un ascoltatore che sappia mettersi a nudo per esplodere, come un vulcano con tonnellate di lava sotterranea in fermento pronta a coprire tutto ciò che c’è intorno.

Endkadenz Vol. 1 strutturalmente si presenta vestito di eterogeneità e libertà compositiva, spaziando da semi-ballate malinconiche e arrese come Nevischio a ritmiche deflagrazioni come Sci Desertico, forse il miglior pezzo del disco, che con il suo ritornello frammentato trasmette probabilmente meglio di qualsiasi altra cosa la sensazione di frattura che rappresenta l’essenza di Endkadenz stesso. Stessi elogi ahimé, almeno dal mio punto di vista, non possono essere mossi nei confronti dei testi di Endkadenz. Sebbene Alberto non sia mai stato un cantastorie, il che non è certamente un problema, ed abbia sempre delineato visioni più che descrivere trame, questa volta i suoi testi non riescono ad avere quel potere evocativo ed immaginifico in grado di proiettarti in una nuova realtà. Si sprecano le rime banali e a tratti forzate e passando al setaccio l’intero lavoro sono solo tre o quattro le frasi che possiamo considerare realmente degne di nota ma, quasi superfluo ricordarlo, non è di certo per i testi che si ascoltano musicisti di questo calibro.

In conclusione Endkadenz Vol. 1 è un album granitico e selvaggio, profondo ed imponente, che spinge i Verdena oltre i confini di se stessi, ergendoli a pieno titolo sui gradini più alti dell’Olimpo del Rock, non italiano (che sfigurerebbe anche solo a volersi immaginare come termine di paragone uscendone distrutto) ma mondiale, essendo riusciti, dopo WOW, a non fallire neanche questo secondo rischioso e coraggioso colpo che restituisce la Musica alla musica stessa, riconferendole quello che le spettava di diritto e che da troppo tempo ormai le viene sottratto.

Endkadenz Vol.1 su iTunes

Vincenzo Boellis