Inaugura oggi la retrospettiva su Antonio Mazzotti a cento anni dalla sua nascita. Sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio, sede del Comune di Bologna, ospiterà le opere dell’artista fino al 12 Marzo, sotto la curatela di Renato Barilli.

Nato a Bologna nel 1915, Mazzotti è scomparso nel 1985 dopo aver vissuto una carriera lontana dai riflettori a cavallo degli anni delicati di due Italie spaccate dalla guerra. Dopo una prima fase rivolta ad post-cubismo vagamente metafisico, l’artista dribbla l’ondata informale che travolge l’Europa postbellica e si rivolge ad un rigoroso astrattismo geometrico (Mazzotti collaborò anche con architetti) che lo proietta nel pieno degli anni ’60 dei primi esperimenti di optical art. A risaltare le forme e i ripetuti pattern geometrici, un colore fulgido e brillante, vigoroso tanto nei toni caldi quanto nei notturni più freddi.

Chiara Mazzotti, figlia dell’artista, ci ha concesso due parole sugli sviluppi cronologici dell’opera di suo padre:

La mostra cerca di raccogliere quella che è stata la parabola della sua azione creativa, iniziata alla fine degli anni ’30 ed è arrivata ai primi anni ’80: un quarantennio. I quadri degli esordi sono databili a partire dal 1939. L’autoritratto è del 39 ed è infatti il primo nel catalogo generale della mostra da me redatto. Gli ultimi quadri risalgono invece al 1982, lui è morto nel 1985. Dopo l’autoritratto ci sono alcuni quadri già del ’62, ’63 o ’64. Questo perché tutta la produzione degli anni ’50 è stata o venduta o donata, nel mio archivio non ho nulla di quel periodo. Poi però la progressione si mantiene: subito dopo ci sono gli anni ’70 e andando avanti troviamo questi quadri più grandi, più labirintici, come la Composizione tridimensionale o l’Omaggio a Giovanni Acuto, che sono del 1978, ’79, ’80, periodo che coincide con la sua maggiore produzione. Infatti avendo lui fatto l’insegnante di disegno presso una scuola media fino al 1972, è poi andato in pensione ed ha potuto dedicarsi a tempo pieno alla pittura. Dunque c’è un’accelerazione nella produzione già a metà anni ’70, per arrivare poi ad avere una grande prolificità tra il ’77 e l’81.

Nel pieno della sua carriera, Antonio Mazzotti ha dimostrato di sapersi proiettare in avanti pur rivolgendo un occhio al passato. Mazzotti era un pittore puro, lo scambio di sguardi con le ricerche di op-art non si è mai tradotto nella tridimensionalità visuale o cinetica ed è rimasto legato a colore e pennello, protetto dalla cornice della tela. Il rigore della pittura di Mazzotti è estremamente ritmico, fatto di forme che nel loro essere speculari si dinamizzano e si perpetuano in battute cicliche. Da questa prospettiva, l’opera di Antonio Mazzotti attinge dalla produzione newyorkese dell’ultimo Mondrian, stregato dal boogie-woogie e dai ritmi jazz e swing degli sfrenati anni ’40 americani. Ma c’è anche un’altra New York che Mazzotti riesce ad intravedere nella sua ultima produzione: quella del graffitismo. Gli anni ’80 sono purtroppo fugaci per l’artista, ma il connubio tra le sue forme e i suoi colori è sperimentale a tal punto da rendere percettibili i sintomi di quel nuovo tipo di figurazione postmoderna.

“Antonio Mazzotti” in mostra a Palazzo d’Accursio, Bologna, dal 14 febbraio al 12 marzo 2015.

Cristiano Capuano