Cari lettori, iniziamo la settimana con una bella notizia: l’Italia è precipitata al 73simo posto per la libertà di stampa nel mondo, perdendo in un solo anno ben 24 posizioni. Immaginate un po’ le reazioni della nostra redazione, che nasce sotto un auspicio palese e che porta un nome abbastanza chiaro in tal senso, nel leggere tali dati (“Stamm’ ‘nguajat” è l’unica considerazione riportabile su una testata giornalistica).

Denunce, querele, aggressioni, auto bruciate ed altre varie dimostrazioni d’affetto: certo, non siamo ripiombati ancora ai tempi in cui i giornalisti venivano assassinati, ma che qualcosa non vada per il verso giusto mi pare fin troppo evidente.

Brainch
Autrice: Laura Arena

E lo deduco non solo dalle forzature legislative mirate a imbavagliare la stampa, quanto dal modo in cui la stampa stessa è andata snaturandosi e svilendosi nel tempo. Volete un esempio pratico? Anche più di uno: ho bisogno che comprendiate appieno ciò di cui parlo.

Giovedì pomeriggio: apro facebook. Uno sguardo veloce alle notifiche, scanso con accortezza i messaggi che si ammassano nella casella di posta, e mi dirigo sulla pagina di Repubblica. Prima notizia: “L’uomo dei sogni è colto: su Instagram i belli che leggono”. Penso che mi sia andata male, allora mi dirigo sul Corriere della Sera. Ma anche qui, prima notizia: “Avvenente pilota terrorizza i passeggeri a 200 km/h”.

Semplice sfortuna, mi ripeto, d’altronde si tratta soltanto dei due più importanti quotidiani d’Italia, nulla in confronto a Libero che pubblica la conferenza stampa di Arisa in cui si discute “di mestruazioni e di cacca”, oppure gli scatti in lingerie di Dayane Mello o “il video dell’alieno di Manchester censurato dal governo”.

E questo è un elenco monco, perché ho deciso di astenermi dal riportare quanto appare quotidianamente attraverso le pagine social di altri quotidiani, tra cui lo storico colosso dell’informazione meridionale, il Mattino: un coacervo di idiozie, bufale, titoli acchiappa-clic e parodie grottesche della notizia in senso lato.

Ora, sappiate che se volessi potrei continuare questa grottesca lista fino a snocciolare una sequela imperitura di banalità, fesserie, oltraggi alla deontologia. Purtroppo, è questo il modo in cui le testate giornalistiche del Paese (tutte, o quasi) cercano di far fronte alla crisi del settore: propinando spazzatura da quattro soldi per accalappiarsi la malsana curiosità del lettore italiano, che per definizione è pigro, svogliato, distratto e interessato solo a ciò che abbia a che fare col calcio o col sesso.

Sembra, quindi, davvero difficile e quasi paradossale parlare di libertà di stampa in un contesto del genere, in cui, forse per necessità e forse per avida consapevolezza, persino i nomi più autorevoli si riducono a barattare la dignità con una manciata di introiti pubblicitari e di visibilità.

Se poi consideriamo la scarsa attitudine alla satira – quella vera –, la propensione all’infotainment (ovvero l’informazione spettacolarizzata, scenica e televisiva), lo scarso livello culturale di base, particolarmente nelle sedi politiche ed istituzionali, allora il quadro è completo.

Se ne deduce che, per sopravvivere, il giornalista deve smettere i panni del giornalista e diventare un clown: prostituendosi moralmente ed intellettualmente per elemosinare quel po’ di attenzioni in grado di farlo sopravvivere, continuando a svolgere il suo lavoro di tanto in tanto, ma mercificando la nobile causa che fu di Giancarlo Siani e Pier Paolo Pasolini in poco più che volgare marchetta da cartastraccia, da bettola di periferia.

Eccola, la nostra tanto decantata civiltà, la superiorità occidentale che si intende esportare in tutto il mondo; voglio descriverla con una citazione dello scrittore statunitense Raymond Chandler: “Le incessanti vociferazioni sulla libertà di stampa significano, tranne poche onorevoli eccezioni, la libertà di speculare sugli scandali, sui delitti, sul sesso, sul sensazionale, sull’odio, sulla diffamazione, la libertà di usare la propaganda a fini politici e finanziari. Un giornale è un’impresa che vuole guadagnare soldi con la pubblicità. La pubblicità dipende dalla tiratura, e lei sa da cosa dipende la tiratura.”

Sentitevi quindi liberi di ignorare queste mie parole, perché in fondo, alla luce di quanto appena visto, si tratta del peggior articolo di tutti i tempi.

Nulla a che vedere con gli strepitosi video della moglie che ritorna a casa e trova il marito assieme all’amante, o alle incredibili, eccezionali ed impensabili rivelazioni che non avremmo mai osato immaginare e che infatti neppure esistono.

Sarà che, forse, non siamo all’altezza di rivendicare una limpidezza che non ci compete; sarà che non siamo abbastanza maturi – scrittori e lettori – per mettere da parte la faziosità in favore di una sacrosanta libertà d’espressione, che pure deve trovarsi lì, da qualche parte negli articoli della Costituzione. Certo è che il peso morale di un’eredità dissipata nel vento della creduloneria e della superficialità diventa un fardello via via più pesante sulle scapole di una democrazia stracca e disorientata.

E a portarne avanti i passi, manco a dirlo, sono quei poveri fessi che ancora hanno a cuore che rimanga in piedi.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli
ilbrainch@liberopensiero.eu