Sono stato indeciso sull’argomento da trattare nel mio esordio su queste pagine. Ho pensato ad un’analisi sugli episodi della giornata appena trascorsa oppure ad una prospettiva generale sul campionato, oppure ancora ad una spiegazione di ciò che accade ai piani politici dell’Associazione Arbitri. Alla fine mi sono convinto che, per questi argomenti, avremo tanto tempo e che l’attualità fornisce uno spunto per affrontare un tema a me molto caro e che non viene mai approfondito. Il tema, come si può intuire dall’introduzione, è la figura dell’arbitro utilizzata come alibi buono per tutte le stagioni.

Arbitri: in pasto ai mass media

Ogni giorno, specialmente sui social (diventati più una palude complottara che un mezzo di condivisione), leggiamo millemila post che adombrano strani giochi di palazzo per favorire oggi una squadra domani un’altra. Ciclicamente, come un gruppo di pazzi scappati da un manicomio, gli arbitri vengono accusati di favorire una società piuttosto che un’altra: a novembre tutti hanno deciso di favorire la Juventus, da un paio di mesi a questa parte hanno optato per un deciso aiuto alla Roma.

Ovviamente nessuno si lancia in una possibile spiegazione dei motivi per i quali, all’interno della medesima stagione, quel branco di disadattati (ironic mode: on) decidono di incanalare il campionato verso una certa direzione. La spiegazione, al di là dell’ironia, è semplicissima: gli arbitri sono essere umani, sbagliano alcune valutazioni e, in alcune circostanze, cadono in errori dovuti alla furbizia dei calciatori. Semplice. E allora per quale motivo non si arriva a capire un concetto tanto immediato quanto banale come quello poc’anzi illustrato?

La risposta, banale a sua volta, è semplice e la si può estremizzare con una domanda: esiste una spiegazione migliore di un’associazione silenziosa per giustificare errori e fallimenti di una società (con tal termine intendendo allenatore, giocatori, dirigenza ecc.)? E’ evidente: la risposta è no.

Arbitri: l'alibi perfetto in questo caso è Gervasoni, che ha diretto il match tra Lazio e Genoa
Arbitri: l’alibi perfetto in questo caso è Gervasoni, che ha diretto il match tra Lazio e Genoa

Partiamo da un esempio recente. Si è giocato, lunedì scorso, Lazio-Genoa, arbitro Gervasoni. Mi piace paragonare Gervasoni ad un calciatore che ho amato profondamente (sportivamente, s’intende…) come Savicevic: ci sono delle giornate in cui mostra qualità da fuoriclasse e giornate in cui non ne combina una giusta. Il motivo è che Andrea è un arbitro di purissimo talento ma che, come tutti gli atleti di talento, è soggetto a prestazioni discontinue. Ebbene, nella gara indicata Gervasoni non ha commesso il minimo errore, ha diretto con personalità, ha valutato alla perfezione ogni contatto, è caduto in qualche sbavatura ma assolutamente marginale nel contesto dell’intera prestazione. Eppure, a fine partita, abbiamo dovuto prender atto di pesanti critiche da parte laziale contro la direzione del mantovano. Non nascondo che, ascoltando prima Pioli e poi Lotito, ho avuto per qualche momento il timore di aver visto un altro incontro. Perciò ho deciso di visionare nuovamente gli episodi contestati, a partire da rigore ed espulsione del portiere laziale dopo pochi minuti per un contatto con Niang. Nessuna discussione, decisione non solo legittima ma, francamente, anche piuttosto facile.

Ecco, dunque, che ci troviamo al punto di partenza: quale alibi migliore per una squadra apparsa nervosa, in giornata negativa e mal disposta in campo? Semplice, la scelta più immediata è quella di incolpare l’arbitro per decisioni (definite unilateralmente) incoerenti o dubbie.

Da esternazioni senza alcun senso il passo per aggiungere qualcosa in più è brevissimo: per quale motivo non si ritorna al sorteggio? Il contesto logico tra la gara appena conclusa ed il sorteggio appare quantomeno curioso ma, nella sostanza, Lotito ha approfittato di una polemica creata ad arte per poter avanzare un’idea che, evidentemente, coltiva da tempo, cioè quella di togliere al responsabile della CAN A qualsiasi potere decisionale per affidare la designazione alla sorte.

Il motivo? Onestamente mi sfugge, già in passato abbiamo osservato che il sorteggio ha conseguenze nefaste sia per la crescita degli arbitri (ne parlerò più approfonditamente nelle prossime occasioni) sia per altro: Lotito si è già dimenticato che Calciopoli nacque, crebbe e si consolidò, proprio nel periodo in cui gli arbitri venivano scelti dal destino? E, perciò, per quale motivo chiedere il sorteggio integrale che ha creato solo problemi non solo tecnici ma anche giudiziari?

La risposta, dal mio punto di vista, è piuttosto banale: a Lotito non interessa un granchè del sistema di designazione ma sperava solo di deviare l’attenzione dai pessimi risultati della sua squadra (da -1 a -8 dal terzo posto nel giro di poche settimane) ad un problema inesistente ma percepito dall’opinione pubblica come il vulnus dell’intero sistema: gli arbitri, appunto. Arbitri che, per chissà quale strano motivo, ad un certo punto hanno deciso di penalizzare la Lazio, così come (in precedenza) avevano deciso di aiutare prima la Juventus e poi la Roma.

Il dramma, questo sì vero e reale, è che Lotito è riuscito perfettamente nel suo intento: di Lazio-Genoa e della sconfitta non ne ha parlato più nessuno, per un paio di giorni (prima che esplodesse il caso della telefonata registrata) tutti i giornali hanno discusso solo ed esclusivamente di sorteggio arbitrale. Ovviamente non è mancata la presa di posizione dell’onnipresente Nicchi, unico dirigente dell’AIA che appare in televisione, rilascia interviste ai giornali, presenzia in radio e pontifica in tutte le sezioni d’Italia. Intervento corretto, quello del presidente dell’AIA ma che ha semplicemente fornito strumenti di critica a chi non lo supporta. Nicchi è apparso (come al solito) arrogante, fermo sulle sue posizioni, chiuso nel suo bunker di potere. Non è emerso, al contrario, il fatto che l’Associazione abbia giustamente il potere/dovere di respingere richieste come quella di Lotito, così come il Consiglio Federale evocato da Tavecchio non abbia alcuna possibilità di imporre il sorteggio arbitrale: il metodo di designazione viene deciso solo ed esclusivamente dal Comitato Nazionale dell’AIA e non vi è alcuna necessità di provvedere ad un cambiamento.

Vi chiederete: qual è, in sostanza, il motivo di tale scritto? La risposta non è complessa: gli arbitri devono uscire dal proprio isolamento per confrontarsi con i mass media, per evitare di essere strumentalizzati ed usati come facili alibi da dirigenti senza scrupoli che se ne fregano dell’AIA in generale, se ne fregano delle conseguenze delle proprie parole sui campi minori ma sono interessati solo a deviare su altre componenti la responsabilità degli errori commessi da loro stessi, dai loro allenatori e/o dai loro calciatori.

E’ inaccettabile che, ogni domenica ed in presenza di un qualsiasi episodio dubbio, tesserati della FIGC possano permettersi di adombrare le prestazioni con bizzarre teorie su giochi di palazzo, sudditanza psicologica (una delle più grandi cretinate mai elaborate dalla mente umana) e malafede.

Come muoversi, dunque? Il mio parere è che dev’essere l’AIA stessa a non offrirsi come alibi perfetto per chiunque abbia subito un risultato negativo (chissà per quale motivo non si lamenta mai chi vince le partite…), attraverso due differenti ma necessarie innovazioni: da un lato dotandosi di un ufficio stampa (già: l’associazione arbitri ha 34000 tesserati, dirige in un campionato in cui i soli diritti televisivi muovono un miliardo di euro ma non ha nemmeno un ufficio di collegamento con i mass media), dall’altro cominciando a programmare una vera apertura verso l’esterno, magari organizzando durante i noiosissimi raduni di Coverciano un corso di comunicazione per i propri direttori di gara in preparazione di interviste concordate (non certamente in sala stampa dopo la partita, meglio evitare gli assalti di giornalai/tifosi) e di incontri pubblici per esporre i motivi delle loro decisioni.

Se non si comincia a ragionare sulla necessità di sottrarsi alla logica arbitro/alibi, allora significa che continueremo ad essere la scusa perfetta (e silenziosa) per i fallimenti tecnici delle società. Come accade da 50 anni circa…

Fonte immagine in evidenza: google.it/arbitri

Luca Marelli