Food porn, o, per gli anglofobici, pornografia del cibo: chi non si ritrova a soffocare la propria frustrata astinenza da carbo, sfogliando voluttuosamente un feed di Instagram intasato di sontuosi pranzi della domenica e colazioni all’italiana, in un voyeurismo gastronomico tutto social?

Ebbene, a quanto pare, in Corea del Sud si fa della pornografia del cibo un’occupazione lavorativa a tempo pieno: basta una webcam e tanto appetito, oltre che fascino calamitico nella consumazione dell’atto (gastronomico, si intende). In cambio, un lauto guadagno: fino a centinaia di dollari per notte. 

Si chiama mukbang, dalla combinazione di muk-ja – in Coreano, mangiare – e bang-song – trasmettere, mandare in onda.

Lee Chang-hyun lo pratica regolarmente nel suo appartamento all’ottavo piano, a Seoul. Si riunisce a mezzanotte con il suo gruppo di amicie parte lo spettacolo, tra granchio e calamaro crudo piccante, tentando i suoi viewers (circa 10000 al giorno) con una masticazione rumorosa e un provocante avvicinamento delle pietanze all’occhio della videocamera. Lo show viene poi caricato sul canale Afreeca e sbandierato nella sterminata piazza del web.

La sua performance è un chiaro indice di un’inevitabile evoluzione di costume della società, e,conseguentemente,dei mezzi di comunicazione di massa, che attorno ad essa si imperniano,inCorea oggi, come domani nel resto del mondo. Che sia pettegolo voyeurismo, stravagante curiosità o proiezione dei propri appetiti proibiti sull’altro, si può parlare, con buona dose di certezza, di prostituzione, più che pornografia, del cibo, cui si aggiunge una ricerca, che diventa quasi estetizzata, di una convivialità gastronomica a distanza: Lee Chang-hyun si impegna a dispensare consigli di cuore, fornire consulti ed accogliere confessioni, in un’affamata humanitas. Senza escludere il bonus di una performance musicale con aggiunta coreografia per allietare gli spettatori. Lee è anche inaspettatamente in forma, nonostante i lauti pasti: fortunato metabolismo e sport estremi sembrano dunque costituire la ricetta del successo e, soprattutto, delle entrate.

E tuttavia, non è il denaro a motivarlo.

“Mi piace la compagnia dei miei viewers: si tratta in qualche modo di una promessa, un patto amicale”.

Che siano dunque le cene tech il futuro dei nostri rapporti interpersonali? Una sana adunata a tavola tra amici fa davvero così paura? Noi ci auguriamo di no.

Intanto, buon appetito.

Caterina Puca