Cari lettori, benvenuti a questa nuova puntata di “The economist corner”. Oggi tratteremo della diminuzione del prezzo del petrolio. Molti l’avranno notato perché i prezzi di benzina e diesel sono repentinamente diminuiti, ma a cosa è dovuto?

La risposta è da ricercarsi in due posti dell’emisfero molto distanti tra loro eppure così vicini economicamente, ossia Stati Uniti e Medio Oriente: con l’anomalia che stavolta la guerriglia è partita da Oriente verso Occidente perché i Paesi Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries = Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) hanno lanciato una vera e propria “guerra economica” alle industrie americane del greggio. 

Gli Statunitensi, infatti, sono passati da Paesi importatore, e quasi totalmente dipendente dal petrolio, ad esportatore, dopo la diffusione degli shale gas (gas di scisto) e degli shale oil (petrolio di scisto). I primi sono estratti grazie al fracking (fratturazione idraulica): tecnica che prevede l’iniezione di un fluido (acqua, sabbia e agenti chimici) ad alta pressione in un giacimento roccioso, creando nuove microfratture fra le rocce e connettendo quelle preesistenti, ottenendo una via di fuga per il gas verso il pozzo. L’estrazione ha attirato le critiche degli ambientalisti perché richiede quantità di acqua sproporzionata e solo l’80% delle sostanze immesse nel sottosuolo risalgono, fra cui le acque reflue. Come se questo non bastasse, nel 2011 un terremoto di magnitudo 5,7 ha colpito Prague, in Oklahoma, portando alla nascita di studi sulla relazione fra inizio attività di fracking e incremento terremoti, evidenziando un aumento della sismicità del 40%. L’estrazione degli shale oil è addirittura più complessa, a maggior impatto ambientale ed avviene quasi sempre in stabilimenti dove sono prodotti anche i gas di scisto.

L’attività era così redditizia che il Ceo (amministratore delegato) di Continental Resources, Harold Hamm, aveva concluso il piano di investimenti in derivati per il trimestre ottobre-dicembre 2014 già a novembre, rischiando tantissimo in caso di crollo del prezzo del greggio, ma guadagnando 443 milioni di dollari. Proprio i produttori statunitensi l’anno scorso affermavano spavaldamente “I Paesi Opec si riuniranno a Vienna: che diminuiscano la produzione ed esportazione del petrolio! Con le nostre nuove tecniche la nostra marginalità – il nostro guadagno, ndrresterà comunque di almeno il 10% in caso di abbassamento del prezzo del petrolio a 40-50 dollari al barile”. Il messaggio nascosto era questo: problema loro! I Paesi produttori non sono delle società per azioni, bensì nazioni, spesso piccole, dipendenti quasi esclusivamente dal petrolio e rischiano un collasso economico se il prezzo si abbassa.

Il discorso non era lontano dalla realtà ed, economicamente parlando, corretto perché in questo modo gli Usa avrebbero offerto grandi quantità di “oro nero” e, essendo diminuita la loro domanda, l’Opec avrebbe diminuito la sua offerta. Il problema, però, era che ora gli Stati Uniti avrebbero anche iniziato ad esportare, quindi il Medio Oriente avrebbe dovuto addirittura dimezzare la sua produzione per lasciare il prezzo stabile.

Le alternative dei produttori Opec erano due: dimezzare le estrazioni e far collassare l’economia di molti Stati, cedendo al diktat americano; lasciare intatta la produzione, o addirittura aumentarla, e tenere basso il prezzo del petrolio perché estrarre di più  avrebbe determinato costi insignificanti se confrontati a quelli delle industrie americane, che sarebbero collassate non riuscendo a remunerare i costi iniziali. Soprattutto considerando che fino ad ora l’Opec ne smerciava quantità limitate per non abbassare il prezzo del greggio.

Questo l’unico difetto, non da poco, assieme ai danni ambientali già citati, di questa macchina americana che sembrava perfetta. In questo caso, si profilavano due scenari per le industrie statunitensi: rientrare dagli investimenti in periodi più lunghi; il fallimento. La remunerazione dei loro impieghi di capitale poteva avvenire in tempi relativamente brevi con il petrolio a prezzo fra 90 e 110 dollari al barile, ma il prezzo odierno di 50 dollari al barile (che significa un amento dell’incidenza dei costi del 100%) ha portato al fallimento di un’impresa texana di shale oil a fine 2014 dando ragione, per ora, alla strategia Opec che intendeva proprio far scoppiare la bolla speculativa delle industrie di fracking che tanto hanno contribuito alla ripresa statunitense. Da questo episodio in poi, fallimenti, licenziamenti, bancarotte e crediti inesigibili sono all’ordine del giorno.

Qualcuno direbbe: Obama disapprova.

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Ferdinando Paciolla