Uno sguardo sulla Libia, prima parte

Sono rientrati qualche giorno fa, hanno attraccato poco dopo mezzanotte al porto di Augusta (Siracusa) con un catamarano scortato dalla marina militare, gli italiani in fuga dalla Libia, dove l’Isis ha conquistato una nuova postazione in grado di spargere terrore e confusione tra Oriente ed Occidente. Un vero e proprio esodo organizzato dal Governo, per mettere in sicurezza i nostri concittadini, in una terra ormai dominata dalla furia jihadista.

Tra gli 80 sbarcati ad Augusta, anche l’ambasciatore di Tripoli, Giuseppe Buccino, che parla poco, così come gli altri passeggeri, probabilmente ancora incapaci di esprimersi su quello che hanno appena passato. Che la situazione non fosse più adatta alla permanenza degli italiani in territorio libico, lo avevano già dimostrato le minacce dei militanti del califfato al nostro Ministro degli Esteri, definito come il “ministro della crociata”, reo di aver affermato la disponibilità del nostro Paese a prendere parte alla coalizione internazionale di “Nazioni atee” (così definite dai miliziani), rivolta contro le bandiere nere in Libia.

Ma a preoccupare ancor di più delle parole, sono le immagini della spiaggia di Tripoli dove si è consumata la terribile esecuzione di 20 copti cristiani, nuove vittime esemplari dello spauracchio integralista. I potenti del mondo si trovano oggi in grande difficoltà, dovendo fronteggiare  in tempi brevi il nemico che con quest’ultima mossa si ritrova a due passi dall’Europa. Mentre Renzi si mantiene cauto riguardo all’opzione militare , il generale Al-Sisi e Hollande, in un colloquio telefonico, sarebbero convenuti sull’idea di un rapido intervento del Consiglio di Sicurezza che approvi «nuove misure per far fronte a questo pericolo». Ma la strada del conflitto militare è incerta e pericolosa, andiamo quindi ad analizzarne i pro ed i contro, con uno rapido sguardo agli equilibri della regione ed agli interessi in gioco.

«Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma, in Libia»

Questa la minaccia che arriva direttamente dai miliziani dell’Isis, capace di mettere in crisi un mondo diviso tra l’interventismo egiziano e la “via diplomatica” ancora oggi auspicata dal Governo italiano. E mentre a livello internazionale la soluzione non è ancora stata trovata, l’Egitto ha già iniziato la propria risposta con dei raid arei, che continuano in queste ore, soprattutto in seguito alla notizia diffusa dal Lybia Herald del rapimento di 35 egiziani in diverse aree della Libia, da gruppi direttamente o indirettamente collegati allo Stato Islamico. Mentre la Francia e gli Stati Uniti sembrano sempre più propensi per un intervento armato anche di terra (già da tempo gli Usa addestrano i militari iracheni ed Obama ha chiesto al Congresso poteri di guerra per 3 anni), l’Italia e Federica Mogherini, che in teoria rappresenterebbe l’UE (ma non troppo, visto il “sorpasso” di Merkel e Hollande sulla crisi Ucraina), puntano tutto sulla diplomazia o comunque su una soluzione discussa ed approvata all’interno delle Nazioni Unite«L’Ue resta convinta che sia ancora necessario incoraggiare il dialogo politico fra le diverse parti libiche, spingendole a sedersi a un tavolo come sta cercando di fare il rappresentante speciale dell’Onu Bernardino Leon» queste le parole dell’Alto Rappresentante, che ha dunque escluso per il momento un’azione militare “comunitaria”.

Ma dove porterebbe un’eventuale soluzione militare e dove una di tipo diplomatico?

Il perno centrale della vicenda libica è che l’Isis non ha ancora l’interno territorio sotto controllo, e non c’è stata una migrazione di massa di miliziani, la Libia è ancora uno Stato diviso fra tribù in lotta tra loro, alcune delle quali sembrano adesso aver giurato fedeltà al Califfo. Mentre durante la gestione di Gheddafi, il paese era in grado di mantenere una, seppur instabile, unità, adesso invece lo scenario libico si presenta caotico e la scelta tanto di una soluzione militare quanto di una soluzione diplomatica appare incredibilmente problematica. La Libia non ha attualmente un governo unico a cui l’Onu può rivolgersi per guidare le trattative, perché il cosiddetto “Consiglio di Transizione” con sede a Tobruk, guidato da Abdullah al-Thinn, seppur ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale, non può considerarsi come una vera e propria forza governativa nazionale, non riuscendo ad esercitare la propria sovranità sull’intero territorio che dal lato di Tripoli vede la presenza del “governo ombra” di Misurata, con sede a Tripoli. Nel contempo il CNT non ha un esercito regolare, ma un insieme di reggimenti, formati tramite l’assoldamento di milizie provenienti dalle varie bande armate, che combattono sotto la stessa sigla più per fedeltà al denaro, che non alla “causa” del governo di Tobruk. Il punto è che se la comunità internazionale non comprende dove e come agire, il rischio di un’azione militare è quello di destabilizzare ulteriormente un paese che non trova la pace, proprio dall’ultimo intervento Nato del 2011. Una soluzione diplomatica potrebbe essere più cauta e più efficace, soprattutto se accompagnata da un cordone umanitario. Ma con quale voce dovrebbe una comunità internazionale sempre più divisa ed incapace di risolvere i conflitti regionali, come dimostra lo scenario ucraino?

Nella seconda parte, andremo a vedere meglio quali sono le fazioni che dividono la Libia.

Antonio Sciuto