In Libia non esiste attualmente un governo centrale in grado di amministrare l’area precedentemente controllata da Gheddafi. Più di 13 forze armate si contendono il controllo dell’ex-colonia italiana: alcuni militari vicini al vecchio regime, alcuni rappresentanti della rivoluzione araba, alcune tribù che per anni hanno subito le vessazioni del colonialismo e della dittatura e che adesso chiedono maggiore autonomia. Tra queste, anche gruppi che si richiamano direttamente all’ISIS. Proprio la settimana scorsa infatti era comparso un video in cui venivano decapitati 21 cristiani-copti di origine egiziana, emigrati per lavorare quali braccianti. Il boia minacciava direttamente l’Italia: “Siamo a Sud di Roma”. Immediate le reazioni, forse scoordinate tra di loro, di vari esponenti governativi: il ministro Pinotti annunciava di avere a disposizione un contingente di 5000 uomini; il ministro Gentiloni proclamava la necessità di un intervento militare a guida ONU; diversamente il presidente del Consiglio Matteo Renzi seguiva la “linea Prodi”: un intervento diplomatico volto a riappacificare la zona.

LA REAZIONE EGIZIANA

L’Egitto, guidato da Al-Sisi, ha invece reagito alla decapitazione di propri concittadini con un immediato intervento militare e ha chiesto, congiuntamente con la Francia, una riunione del consiglio di sicurezza per organizzare un intervento internazionale nella zona simile a quello operato contro il colonello Gheddafi. La riunione si sta tenendo oggi al palazzo di vetro delle Nazioni Unite.

LA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA

Il Consiglio di sicurezza sembra aver negato la necessità di un intervento militare diretto (forse a causa del minacciato veto di Russia e Cina) e propende invece per un accordo diplomatico. L’inviato Bernardino Leon, collegato in videoconferenza, ha ricordato come l’attuale situazione sia dovuta ad una instabilità politica della zona; il rappresentante italiano a l’ONU ha dichiarato che il nostro stato è pronto ad assumere un ruolo guida nella vicenda (ruolo guida che non è stato riconosciuto ufficialmente, ma lo sarà probabilmente fattualmente).

LA RISOLUZIONE

Non è stato ancora elaborato un testo oggetto di approvazione del consiglio di sicurezza, ma dalla discussione sembra potersene evincere i caratteri fondamentali: 1) l’ONU non acconsentirà ad un intervento militare diretto, ma cercherà di raggiungere un accordo con le varie fazioni presenti nel territorio. Sarà compito di queste combattere il terrorismo islamico; 2) l’ONU acconsentirà ad aiuti militari nei confronti di queste fazioni e degli stati limitrofi intervenuti militarmente (sia la Francia sia la Russia forniscono aiuti economici e militari all’Egitto). Probabile che, successivamente, verranno nominati dei diplomatici incaricati di gestire i negoziati. Circola il nome di Romano Prodi, che è già stato rappresentante dell’ONU in Mali e che ha espresso posizioni simili a quelle sostenute dalle Nazioni Unite in una sua intervista a Rai News.

LE DIFFICOLTA’

Restano comunque invariate le perplessità dell’Egitto, dell’Algeria e della Giordania (che avevano chiesto una cooperazione militare internazionale) sulla validità di un simile intervento. Il numero di tribù locali e di forze armate con interessi divergenti renderebbe ardua la stipula di un patto volto a sconfiggere l’ISIS. Sarà necessario che all’intervento segua un accordo per regolare la risoluzione del conflitto e la gestione della conclusione di una fase di transizione di durata ormai eccessiva.

Vincenzo Laudani