Chi si ricorda di Oleksandr Zavarov? I più leggeranno questo nome con un’espressione interrogativa, al contrario di qualche calciofilo o ammalato di aneddotica che annuirà. Zavarov è stato un centrocampista con un trascorso anche tra le fila della Juventus e oggi, poco più che cinquantenne vice-allenatore della nazionale ucraina e padre di due figli, è tornato prepotentemente alla ribalta per aver deciso di rifiutare di andare in guerra nell’Ucraina Orientale, insieme a tanti altri suoi connazionali.

Zavarov dice no alla guerra contro la Russia

Nonostante il presidente ucraino Poroshenko e quello russo Putin, a Minsk, abbiano stipulato la tregua nell’Ucraina Orientale che è entrata in vigore domenica, da Kiev è arrivata comunque la decisione di chiamare sotto le armi 100.000 nuove reclute di età compresa tra i 25 e i 60 anni per far fronte alla guerra nel Donbass contro i separatisti filo-russi, visto che la possibilità che si riaccenda il conflitto tra le truppe ucraine e quelle filo-russe è tutt’altro che remota. Tra questi, ci sono anche Zavarov e Yuriy Syvukha, ex portiere del Metalist Karkhiv, una delle più conosciute squadre d’Ucraina già dai tempi dell’Unione Sovietica, ed attualmente allenatore dei portieri della nazionale. La conferma della loro coscrizione è arrivata da Pavel Ternovoy, membro della FFU (la federazione calcistica ucraina), che ha sottolineato come in totale siano 89 i membri della federazione ad essere stati richiamati sotto le armi: “C’è una guerra in corso. Ogni cittadino deve comprendere ciò che sta succedendo”.

Da parte sua Zavarov, nato a Lugansk, città del sud-est dell’Ucraina e principale roccaforte russofona dopo Donetsk, ai microfoni di un’emittente locale, ha invece dichiarato pubblicamente il suo gran rifiuto di imbracciare le armi nel Donbass e combattere la Russia, che considera come una seconda patria: “Voglio dire solo una cosa. Non combatterò mai il paese dove vivono la mia famiglia e i miei figli e dove sono seppelliti i miei avi. Voglio solo la pace”.

Lo zar, soprannome che gli venne dato in Italia, scelse la nazionalità ucraina nel ’91, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. È stato un centrocampista offensivo molto talentuoso, ed è stato anche il primo giocatore dell’ex Unione Sovietica ad indossare la maglia di una squadra italiana. Arrivò in Italia nel 1988 dalla fortissima Dinamo Kiev allenata da Lobanowski, per sostituire Michel Platini. La sua permanenza in bianconero però si rivelò un flop. L’eredità pesantissima di Roi Michel, le diverse caratteristiche tecniche rispetto al francese, la barriera linguistica, il difficile adattamento nel mondo occidentale per uno che proveniva dal blocco sovietico finirono per lasciargli addosso il marchio di bidone, lui che un bidone non era di certo.

Pasquale Bruno, all’epoca suo compagno di squadra alla Juve, in un’intervista lo difende dichiarando che la Juve in cui arrivò Zavarov era già una Juve minore rispetto a quella del francese. L’ex difensore, inoltre, ricorda anche lo stile di vita del suo vecchio compagno di squadra, che girava per Torino con un’umile Duna e viveva con 2 milioni al mese, visto che il resto dello stipendio che gli versavano gli Agnelli finivano nelle casse del PCUS, viveva con Altobelli che riempiva di caviale, e nel fondo del pullman di ritorno a Torino dalle trasferte vicino faceva spuntare sempre qualche bottiglia di vino, insieme a Laudrup. “Zavarov era un buono, incapace di far male a una mosca, quindi questa sua scelta di non voler andare in guerra non mi stupisce affatto”.

Notizie provenienti dall’Ucraina parlano del mancato rispetto del cessate il fuoco a Debaltsevo, strategico nodo ferroviario tra Donetsk e Lugansk che è passato nelle mani dei filo russi nelle scorse ore. Un’operazione che potrebbe far precipitare la situazione e mettere in serissimo rischio l’accordo di Minsk, nonostante proprio nella Lugansk in cui è nato Zavarov, per il momento, i separatisti abbiano ritirato le armi pesanti.

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Michele Mannarella