Il Jobs Act è il grande cavallo di battaglia di Renzi. Contro ogni opposizione, sciopero o manifestazione che sia stata mai intentata il leader del Partito Democratico ha sempre difeso strenuamente la sua “creatura”, finora il vero marchio di fabbrica del suo governo.
Al di là degli spesso sottolineati 80 euro di inizio legislatura, negli ultimi tempi più ironicamente rimarcati dalle opposizioni che dal premier a dire il vero, la “svolta epocale” del lavoro è stata fin da subito al centro dei suoi pensieri, e fra due giorni i decreti della riforma potrebbero essere approvati.

Se nelle opposizioni il testo è stato contrastato fin dall’inizio, la maggioranza Pd era invece sempre sembrata compatta nel sostenere il suo leader, e le uniche voci fuori dal coro appartenevano alla solita (derisa) minoranza, capeggiata da Fassina e Civati. Proprio le parole pronunciate da quest’ultimo sul finire della scorsa settimana erano parse ai più il solito monito dalle scarse conseguenze, e la paventata presenza di scontenti anche nella maggioranza una profezia apocalittica ai limiti del vagheggiamento: (I pareri negativi sulla riforma, ndr) sono stati espressi all’unanimità da tutto il gruppo del Pd, quindi maggioranza e minoranza”.
Subito era arrivato puntuale in quelle ore anche il parere di Fassina, durissimo come sempre:“è stato ignorato il parere unanime delle commissioni su un provvedimento come quello del lavoro”, e ancora “La propaganda di Renzi prende in giro i precari e procura un danno ai lavoratori, con questo decreto il Pd di Renzi diventa il partito degli interessi forti.”

“Nulla di nuovo” si pensava, il Jobs Act resta in una botte di ferro. Eppure la mancata attenzione dell’esecutivo ai suggerimenti delle commissioni sembra aver colpito oltre ai soliti noti anche altri parlamentari, sempre fregiati dello stemma Pd, ma di quello buono, quello dello scudo di chi ha sempre protetto il premier.
La prima a palesare questo scontento per il disinteresse di Renzi è stata la Presidente della Camera, Laura Boldrini, non una qualunque insomma, ma la terza carica dello Stato. Le affermazioni della Presidente sono di una fermezza sorprendente, e tutta la maggioranza Pd ha subito reso nota la propria stupita reazione per mezzo della vicesegretaria Serracchiani. La Boldrini ha ricordato che “ci sono stati anche dei pareri non favorevoli da parte delle commissioni di Camera e Senato e forse sarebbe stato opportuno tenerli nel dovuto conto”, ed ha addirittura espresso i propri dubbi sull’effettiva efficacia della riforma nel suo complesso, dichiarando ai margini di un incontro in una scuola di Ancona: “Credo che non sia nella riforma del mercato del lavoro che si possa davvero puntare per una ripresa, bisogna crearlo il lavoro, e mi auguro che questa sia una priorità, perché il lavoro è la madre di tutte le emergenze”.

Alle dichiarazioni della Presidente fanno eco quelle recentissime di un altro insospettabile, Roberto Speranza, che ieri si è lasciato andare ad una sorta di inaspettato sfogo, per i media e soprattutto per il premier.
Il capogruppo del Pd alla Camera è un fedele sostenitore di Renzi, se non un fedelissimo, e le sue dichiarazioni avranno certamente destato clamore tra le file del Nazareno. L’avvertimento è belligerante: “deve essere a tutti chiaro che se viene meno la necessaria sintonia tra parlamento e governo non si va da nessuna parte, e che quindi “Il governo ha sbagliato a non tener conto del parere delle commissioni Lavoro di Camera e Senato sui licenziamenti collettivi”.
“La rivolta degli insospettabili” poteva però in realtà essere forse prevista. La ritirata delle opposizioni nel remake del remake della protesta dell’aventino ha donato alla minoranza Pd un potere contrattuale prima inimmaginabile.

Valerio Santori