Dopo le dichiarazioni sorprendenti di Boldrini e Speranza che arricciano improvvisamente il naso riguardo la prossima approvazione del Jobs Act, altri problemi sorgono all’orizzonte per il premier Renzi, che di qui a poco potrebbe dover affrontare (o scongiurare) un’importante scissione interna al partito.

Le possibilità che Sel e civatiani si riuniscano sotto il simbolo di una nuova formazione politica sono altissime, e certamente una tale prospettiva è ben nota all’esecutivo da tempo.
Che poi la nuova formazione possa aprire le sue porte anche al leader della Fiom Landini, è un’eventualità difficile da pronosticare, poiché, come analizzeremo in seguito riportando alcuni stralci dell’interessante intervista di Bertinotti all’Huffington Post di due giorni fa, il progetto del sindacalista potrebbe essere inconciliabile con la formazione di un partito politico.

Partiamo con ordine: risale a più di un mese fa la decisione dei civatiani liguri di non appoggiare la vincitrice delle primarie Raffaella Paita alle prossime elezioni regionali del 17 maggio. La candidatura a loro avviso, in quanto negoziata con l’area di centro-destra, non è ammissibile, ma ciononostante resta ancora quella più forte secondo i sondaggi.

Ieri l’area civatiana del Pd è balzata agli onori della cronaca per un’altro dissapore, manifestato con l’uscita dalla sezione siciliana di 600 iscritti, tra militanti, consiglieri comunali e dirigenti. La nota pubblicata dai dissidenti è dai toni solenni: “Il Pd diventa la casa per tutto e il contrario di tutto, anche per chi era il peggior avversario di centrodestra”. E ancora, riferendosi più propriamente a questioni regionali: “Pd e governo siciliano litigano per mostrare chi è più rottamatore, più antimafioso, rivoluzionario. L’isola affonda, ma non c’è rottamazione e rivoluzione.”

Sono poi subito pervenute le dichiarazoni in proposito di Civati, che nonostante abbia ribadito ancora una volta che “non c’è la volontà di rompere il partito”, ha comunque lasciato intendere che la possibilità possa però considerarsi come una necessità: “Non abbiamo cominciato noi, è una reazione a quello che sta succedendo da mesi. Se in Sicilia escono i civatiani, è una risposta politica e non tattica. Il Pd subisce metamorfosi a tutti i livelli. Non so se il diffuso malessere interessa Renzi, Crocetta e il segretario siciliano Fausto Raciti”.

Un passo in più verso la scissione dunque, mosso in particolare in direzione di Sel. Come detto in precedenza però l’unione tra le due aree avverrà con ogni probabilità, ma ciò non significa che possa essere coinvolto anche Landini.
Rispetto alle due aree politiche sopra citate è forse proprio il leader della Fiom quello a riscuotere il maggior consenso tra i potenziali elettori, ed è ben noto che lo stesso non ha mai scansato l’ipotesi di creare, citandolo, “una coalizione sociale che superi i confini della rappresentanza sindacale”, ed anzi le voci al riguardo in questo periodo sono particolarmente consistenti. Il rapporto Rai alle camere d’altra parte conferma che questi è il leader sindacale più visibile nei palinsesti italiani, più delle frequenze sommate di tutti gli altri.

Ciò che però Landini ha sempre smentito è la creazione di un nuovo partito politico.

Le smentite di Landini possono essere considerate più seriamente di una pretattica di facciata. A far notare la “terza via” tra sindacato e partito, è Bertinotti, nella già citata intervista di due giorni fa all’Huffington Post.
Per l’ex presidente della camera Landini “punta ad una coalizione sociale che non ha come obiettivo il consenso, ma invece parte dal consenso sociale e conflittuale e riesce così ad avere una sua vocazione maggioritaria fuori dagli schemi istituzionali in cui Renzi stravince e la sinistra è prigioniera. Un po’ come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna”. Insomma il leader della Fiom potrebbe creare una rete sociale completamente nuova, che si basi soprattutto sulla grande adesione delle masse e che non dovrebbe per forza tramutarsi in un partito politico.

Il paragone con Podemos è d’obbligo, anche se in Spagna i militanti della nuova formazione hanno potuto contare su un consenso di dimensioni enormi, al momento impensabile in Italia, quello proveniente dal movimento degli Indignados di tutto il mondo.
Per Bertinotti però il fare “altro” rispetto alla pratica cristallizzata dello scacchiere politico italiano è l’unica soluzione possibile per contrastare Renzi, con Landini che quindi a suo avviso “coglie questa esigenza, si colloca fuori da un campo in cui si pesta solo l’acqua nel mortaio.”
E puntualizza ancora una volta che i tempi sono cambiati e pronti a un nuovo tipo di processo politico: “Non si tratta del processo tradizionale: dottrina-costruzione del sistema di partito-rapporto con le masse. Adesso il processo è rovesciato”.

Intanto Landini in questi giorni ha incontrato il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, ed ha dichiarato che “Siamo d’accordo su un disegno di legge e un referendum contro il Jobs Act”.
Che stia proprio l’arma referendaria alla base della nuova rete sociale?

Valerio Santori