In un’intervista rilasciata stamani ad Avvenire l’ex segretario Pd Bersani, rifiuta di partecipare alla riunione dei gruppi parlamentari dem, convocata da Renzi al Nazareno con una lettera aperta ai suoi parlamentari, tuonando “Non ci penso proprio!”. Poi continua “perché io m’inchino alle esigenze della comunicazione, ma che gli organismi dirigenti debbano diventare figuranti di un film non ci sto”. 

Queste dichiarazioni gli sono valse il plauso di Civati e la condivisione di Cuperlo che poco dopo avrebbe annunciato la sua assenza, dando ragione ai cronisti parlamentari i quali prevedevano una riunione disertata dalla sinistra del partito, perché non avrebbe accettato le condizioni poste dal segretario-premier. Infatti la discussione si sarebbe svolta oggi in tre ore e avrebbe toccato molti punti sensibili: scuola, Rai, ambiente e fisco.

Il preavviso è stato giudicato minimo dalla minoranza Pd, che ha denunciato la schematicità,  lo scarso spazio di discussione concesso e bollato la riunione come un vano tentativo di attenuare le critiche di scarsa democrazia interna.

D’altro canto il premier ha definito il Pd “un partito democratico, nel nome ma anche nelle scelte e nel metodo”, aggiungendo “Tutte le principali decisioni di questi 15 mesi sono state discusse e votate negli organismi di partito: dal Jobs act fino alle riforme costituzionali, dalla legge elettorale alle misure sulla legge di stabilità”. Infine, dando proprio una stoccata a quanti lamentano scarsa collegialità, dice “abbiamo offerto una opportunità in più, una semplice occasione di confronto, come sempre diretto e schietto, che pensavamo potesse essere apprezzata da chi spesso chiede più collegialità”. 

Queste dichiarazioni sembrano riferite più alla nuova corrente dei “catto-renziani” facente capo a Graziano Delrio e Matteo Richetti riunitasi ieri sera a Montecitorio, assieme a Luca Lotti, che alla minoranza.

La faida interna al Pd sembra essersi riaperta più che mai dopo che Bersani ha gelato così il governo “Il jobs act mette il lavoratore in un rapporto di forze pre-anni Settanta” quindi è “fuori dall’ordinamento costituzionale”. Poi parla di Italicum e modifica della Costituzione dichiarando “Il (loro) combinato disposto rompe l’equilibrio democratico. Se la riforma della Costituzione va avanti così, io non accetterò mai di votare la legge elettorale”.

Anche i 20 senatori che hanno avversato la legge elettorale ieri hanno inviato un documento al Presidente dei Senatori Pd, Luigi Zanda, in cui esprimono “perplessità” sulla riunione di oggi con firmatari: Claudio Broglia, Vannino Chiti, Paolo Corsini, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Federico Fornaro, Maria Grazia Gatti, Maria Cecilia Guerra,Miguel Gotor, Paolo Guerrieri Paleotti, Silvio Lai, Sergio Lo Giudice,Doris Lo Moro, Patrizia Manassero, Maurizio Migliavacca, Corradino Mineo, Carlo Pegorer, Lucrezia Ricchiuti, Lodovico Sonego, Walter Tocci.

Pronta la replica di Zanda “Le riunioni possono essere utili vista la complessità, la difficoltà e anche i rischi dell’attuale fase politica”.

Stamattina Renzi ai suoi collaboratori nei corridoi di Palazzo Chigi ha lamentato “Se non si fanno riunioni, non va bene. Se siamo collegiali e ascoltiamo non va bene uguale”. Il Presidente del Consiglio giudica isterica la reazione della minoranza Pd come e, a suo parere, dovuta al fatto che “stiamo facendo troppo e non se l’aspettavano” e che la sinistra dem non ha i numeri per far fallire le riforme del governo. Poi stocca “Bersani che vuole fare? Trasformarsi nel Bertinotti del 2015? Ma non ha la forza”, riferendosi alla sfiducia di Rifondazione comunista votata nel 1998 contro Romano Prodi che seppellì l’Ulivo.

Dopo questo riferimento il pensiero del premier è chiaro: teme che sia messa a rischio la durata del governo e che la minoranza voglia spodestarlo.

Ferdinando Paciolla