La notizia è di poche ore fa, il leader dell’opposizione russa, Boris Nemtsov, è stato ucciso venerdì notte con quattro colpi di pistola a pochi passi dal Cremlino, nel pieno centro di Mosca.  L’uomo stava passeggiando, probabilmente in compagnia di una donna, quando il commando di assassini gli si è avvicinato, aprendo il fuoco.

A lasciare l’opinione pubblica sgomenta e inorridita non è solo la brutale dinamica dell’agguato, ma anche e soprattutto l’identità della vittima, uno dei fondatori di Sojuz Pravych Sil, la coalizione di partiti e movimenti dell’area liberale, principale antagonista di Vladimir Putin.

Nemtsov non era certo un homo novus della politica russa: figlio di un ex vice ministro dell’Edilizia nell’URSS, nel 1997 aveva anche ricoperto la carica di vicepremier della Russia di Boris Ieltsin. In seguito, aveva contribuito a fondare l’Unione delle Forze di Destra, una fazione liberal-democratica con la quale tuttavia non riuscì a replicare i successi del passato.

Da qualche anno, la strenua opposizione a Putin, acuitasi con la divergenza di vedute sul tema della crisi in Ucraina. A questo proposito, Nemtsov aveva recentemente rilasciato un’intervista sulla questione dei soldati inviati in segreto oltrefrontiera, per partecipare alle attività delle forze armate russe nel Donbass.

Sarà un’altra delle sue ultime dichiarazioni, tuttavia, a restare a lungo impressa nell’opinione pubblica, quella in cui confessava ai giornalisti le preoccupazioni della sua famiglia circa il suo destino. All’intervistatore, in particolare, aveva detto: “Mia madre è preoccupata. Lei veramente ha paura che Putin mi possa ammazzare per le mie iniziative”. Parole che, oggi, risuonano come tristemente profetiche.

Dopo l’accaduto, il Presidente Putin si è limitato ad osservare che l’episodio “ha tutte le caratteristiche di un’esecuzione”, assicurando che sarà il Cremlino a seguire le indagini. D’altra parte, le fonti ufficiali non si sbilanciano, e asserisco soltanto che potrebbe trattarsi di un atto di provocazione.

Dall’estero, invece, le reazioni non si sono fatte attendere, e la Casa Bianca, non prima di aver condannato con fermezza il brutale assassinio di Nemtsov, ha diffuso – tramite Twitter – una nota in cui chiedeva alla Russia di portare avanti indagini trasparenti e imparziali per assicurare i responsabili alla giustizia. Una raccomandazione che la dice lunga sulla considerazione che la Russia ha nel panorama politico internazionale in relazione a fatti come quello della scorsa notte, che hanno visto mietere un’altra vittima illustre, strenuo oppositore del regime al potere.

Nel 2006, il mondo si era commosso per l’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja, anche lei molto critica nei confronti della politica di Vladimir Putin, ed ugualmente profetica riguardo il suo imminente assassinio nelle ultime interviste prima della sua morte. Oggi un nuovo fatto di sangue getta ulteriori sospetti su un sistema che tende ad contrastare i suoi più pericolosi oppositori, arrestandoli o, peggio, eliminandoli fisicamente. Qualcuno lo definirebbe machiavellico, altri più semplicemente indegno di una società civile e democratica.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.