Abbiamo spesso letto ed ascoltato giornalisti ed addetti ai lavori chiedersi per quale motivo gli arbitri (siano essi effettivi, osservatori, assistenti, dirigenti) non possano parlare, esprimere le proprie opinioni, spiegare il mondo di cui sono parte.

Le risposte a questo interrogativo sono state sempre molto evasive e veicolate, in ogni circostanza, da una singola persona: il presidente dell’AIA, chiunque esso fosse. Risposte fornite con parole differenti ma sempre incentrate su un concetto implicito: chiusura verso l’esterno con divieto espresso e sancito dal regolamento dell’associazione che, testualmente, afferma che (art. 40 comma 4 lettera d) è fatto loro divieto di:

“Rilasciare interviste a qualsiasi mezzo di informazione o fare dichiarazioni pubbliche in qualsiasi forma, anche a mezzo siti internet, articoli di stampa, attività e collaborazioni giornalistiche o la partecipazione a gruppi di discussione, posta elettronica, forum, blog, social network o simili, che attengano le gare dirette e gli incarichi espletati da ogni associato, salvo espressa autorizzazione del Presidente dell’AIA

Tradotto: tutti in silenzio, parla solo chi autorizzato dal Presidente. Precisiamo: non è una norma voluta dall’attuale presidente, è una norma che esiste da decenni ma, non per questo, meno odiosa, antidemocratica, limitante della libertà personale.

Ridiamo voce agli arbitri

Per questo motivo, rispettando l’assoluto anonimato delle fonti, ritengo interessante dar voce ad alcuni associati tra i migliaia di tesserati per l’Associazione che hanno voluto aderire ad una precisa richiesta dello scrivente. Ciò non per sfidare l’AIA ma, semplicemente, per far comprendere che gli arbitri non sono solo uomini e donne pensanti, vedenti e fischianti ma anche in grado di comunicare con l’esterno senza essere polemici, che hanno idee, proposte, esperienze da condividere. Per tal motivo le risposte che leggerete verranno riportate con la semplice indicazione del ruolo ricoperto, specificando unicamente che hanno collaborato associati AIA dai 17 ai 68 anni, rispondendo a poche domande poste sulla base del loro percorso all’interno dell’associazione.

Quali sono le problematiche che più spesso si evidenziano nei rapporti con le componenti del calcio quali (ad esempio) calciatori, allenatori, dirigenti e pubblico? E, secondo te, a cosa sono dovute? 

(R: osservatore del Centro Italia): “Le problematiche maggiori sono con alcuni allenatori che credono di poter fare ciò che vogliono e sono diseducativi nei confronti del pubblico (nelle categorie più elevate della Regione, dove i giocatori hanno invece una certa maturità) o ancora peggio nei confronti dei ragazzi che vengono in realtà “dis-educati” ai valori dello sport nelle giovanili. Sono dovuti a scarsa cultura generale, un problema generalizzato nel paese. Una cultura che permea le persone di una sensazione di “impunità” che fa pensare che tutto possa essere lecito“.

Come è cambiata la tua visione del calcio da quando hai frequentato il corso arbitri? Come osservi le trasmissioni televisive, i quotidiano, i dibattiti aventi ad oggetto il calcio?

(R: osservatore del Centro Italia): “Negli ultimi anni mi sono quasi totalmente allontanato dal mondo dei media sportivi: non ascolto i dibattiti, leggo solo giornali on line e, quando possibile, guardo partite intere o sintesi. Quando i casi diventano scottanti, cerco di mantenere una certa obiettività, anche se a volte è difficile ed è stato difficile nel periodo buio di calciopoli, quando chi conosceva un po’ di più l’ambiente come me poteva vedere con sospetto certe avvenimenti. Sono visceralmente tifoso e mi è difficile mantenere equidistanza, ma in questi anni ho imparato, prima di pensare alla malafede, a cercare le giustificazioni (posizionamento, visuale, prospettiva ecc) che possano aver concorso ad assumere una decisione sbagliata“.

Perché un ragazzo di 16 anni dovrebbe intraprendere la nostra attività?

(R: arbitro del Nord Italia): “Principalmente perché è un’esperienze che forma come persona e nel mio caso ha molto aiutato nella vita, privata ma soprattutto professionale. Nel mio lavoro, infatti, ho spesso ruoli analoghi a quelli da arbitro, dovendomi confrontare con delle parti che hanno interessi diversi dai miei e dalle altre parti presenti: l’esperienza da arbitro aiuta moltissimo a gestire le persone e le situazioni. Poi ci sono tutte le altre motivazioni addotte che, per quanto mi riguarda, sono scarsamente rilevanti, ovvero “fare sport diversamente”, “conoscere gente di altre parti d’italia”, “una famiglia unica”, “entrare allo stadio” (anche se, in realtà… una volta entravi allo stadio, oggi il diritto si è trasformato in una possibilità) e così via. Riassumendo: si comincia per formarsi come uomo, poi sul campo si percepisce se si è portati; a quel punto si spinge per raggiungere anche risultati sportivi, ma non deve essere la motivazione di ingresso perché altrimenti la gran parte degli associati andrà incontro a delusioni“.

Considerando che sei arbitro da tanti anni, ritieni che le risultanze del campo vengano sempre rispettate in sede di promozioni/dismissioni?

(R: arbitro del Nord Italia): “Bisogna fare delle premesse e dei distinguo. A mio parere fino all’accesso in CAN D, forse anche CAN PRO, sì, senza dubbio. Le promozioni a livello superiore probabilmente risentono di tanti fattori tra cui fortuna. D’altronde la votazione presa della terna da parte di osservatori (esseri umani, scelte soggettive) segue esattamente la stessa logica del campo a squadre giudicate da arbitri (esseri umani, scelte soggettive). Quindi quando ci si lamenta degli esiti fino alla CAN PRO si parla a vanvera. A livello superiore può avere una logica ma non la vedo “sporca”. Personalmente, essendo arrivato in CAI e avendo terminato a causa di un infortunio, posso dire di aver incontrato lungo la mia strada bravi osservatori in grado di leggere la partita e dare il giusto voto così come osservatori non capaci (anche ot) che hanno assegnato voti più alti o più bassi del dovuto. Ma in linea di massima si ha il voto che si merita, almeno come media finale

Come vivi il rapporto con i dirigenti nazionali nelle occasioni in cui vi è la possibilità di incontrarli?

(G: arbitro del Sud Italia): “Non mi hanno dato mai l’impressione di essere più di tanto interesse per la base, hanno sempre rapporti con i dirigenti sezionali/regionali/arbitri CAN A/B. Un po’ come in politica, dove i politici si interfacciano tra loro ignorando i cittadini. Alla fine dei conti ogni associato può vedere quello che è l’esito (o il non esito) del lavoro dei dirigenti nazionali. Personalmente ritengo che, negli ultimi anni, il lavoro sia stato negativo. Mi è sembrato più assistere ad una gestione e al lavoro solo ad alto livello, non andando a toccare la stragrande maggioranza degli associati, senza ottenere benefici. Anzi non è più possibile andare allo stadio (occorre organizzarsi dal mercoledi sperando che venga concesso l’accredito…)“.

Ritieni che possa essere migliorato ed in che modo?

(G: arbitro del Sud Italia): “Per migliorare il rapporto è necessario eliminare quelli che sono i problemi vissuti dagli arbitri. Senza dubbio ritengo che occorra prendere posizioni dure su certi temi, quali:

  • tolleranza zero sui comportamenti contro arbitri in campo: fare largo uso di cartellini ed allontanamenti
  • tolleranza zero sui comportamenti contro gli arbitri in tv: rifiutarsi di designare un arbitro per la gara successiva quando si superano i limiti, chiamino arbitri dall’estero.
  • partecipare con un addetto stampa o similare ai dibattiti;
  • semplificare le procedure di accesso allo stadio, specie quando lo stadio è vuoto!
  • prevedere una seria assicurazione sugli infortuni per gli arbitri, eventualmente anche a pagamento e di tipo sanitario in generale per la vita di tutti i giorni purchè convenzionata, penso che la sottoscriverebbe chiunque.
  • adeguare i rimborsi sul serio e non di qualche spicciolo come è stato fatto.

Fatti questi interventi, certamente il rapporto migliorerebbe, ci si sentirebbe davvero rappresentati e tutelati. Infine, ultimo tema, modificare le modalità di elezione del presidente dell’aia. Dovrebbe essere una rappresentanza più “democratica”, per cui si devono scegliere dei referenti non su base sezionale ma regionale, dove gli arbitri vengono divisi per fasce (AE OTP, OA OTP, AE-AA CRA, OA CRA, AE-AA NAZ, OA NAZ) e ognuno vota rappresentanti all’interno della categoria, in modo da non trasformare l’assemblea elettiva in un’assemblea di dirigenti non in grado di vivere i problemi reali dei giovani“.

La seconda parte di “La parola agli arbitri” sarà pubblicata entro gli inizi della prossima settimana (clicca qui per leggerla)

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Luca Marelli