Continuiamo a dar voce ad arbitri di tutte le età e categorie (qui la prima parte) in modo tale che possano esprimere le proprie idee sull’attività che sono chiamati a svolgere ogni settimana. Opinioni che, troppo spesso, non solo non vengono tenute in considerazione ma finanche totalmente ignorate.

Quando gli arbitri parlano

Ritieni che il ruolo di osservatore, per i giovanissimi che si avvicinano all’attività, sia più importante dal punto di vista tecnico o formativo?

(F: Osservatore del Sud Italia): “Più tempo passa e più mi rendo conto della complessità ed importanza del ruolo da Osservatore, al quale è opportuno avvicinarsi con una buona dose di pazienza (perché è un ruolo che non si improvvisa, ma si impara, si affina con l’esperienza), di umiltà (non esistono ricette preconfezionate da vendere ad ogni visionatura; le esperienze avute sul terreno di gioco quando si era arbitri non sono tout court trasferibili al collega che giudichiamo) e responsabilità (perché il giudizio che esprimiamo su una prestazione di un collega, incide sul suo futuro impiego tecnico). L’OA moderno è giusto che si ponga, nell’affrontare il proprio compito, sempre in un’ottica bidirezionale di dialogo\ascolto perché, in qualsiasi categoria, da qualsiasi esperienza e con qualsiasi collega, non bisogna mai abdicare al bisogno di formazione continua che può derivarci anche dal confronto con il più giovane ed inesperto AE. Paradossalmente, infatti, c’è più da dare\imparare nel confronto con i giovani arbitri che con un arbitro formato e navigato delle categorie nazionali. Mi spiego meglio. Nel visionare un arbitro giovane ed inesperto esistono diverse difficoltà, tra le quali quella di entrare in sintonia comunicativa con l’altro, perciò occorre:

  • EMPATIA – Il collega sta provando, per le prime volte, esperienze, emozioni, travagli interiori, esaltazioni, delusioni che non riesce ancora a razionalizzare e governare sul piano emotivo. Se l’OA non si immedesima si è già perso una fetta grossa delle dinamiche della personalità dell’arbitro.
  • TARARE IL LINGUAGGIO – L’OA deve essere abile nel percepire il livello di comunicazione più efficace su cui graduare il messaggio. Se il ricevente (AE) parla un linguaggio più elementare del trasmittente (OA), il messaggio si perderà, si diluirà; pertanto, è fondamentale porre attenzione al livello culturale e al livello di comprensione tecnica dell’AE, nonché alle tecniche di trasmissione efficace del messaggio (gesti, prossemica, tono di voce, ripetizione dei concetti chiave).

Credo che, nel visionare un giovane arbitro, sia importante l’aspetto tecnico, ma è sicuramente fondamentale l’aspetto formativo. A 16 anni un ragazzo inizia a conoscere tutte le sfaccettature della propria personalità e sperimenta il confronto di queste con i vari tipi di umanità che si incontrano sui terreni di gioco delle province. Il giovane, più che sapere se ha sbagliato la valutazione di un fallo, deve innanzitutto sapere se ha controllato correttamente un’emozione sbagliata, se ha dominato efficacemente una protesta di un calciatore, se ha saputo accorgersi di un errore senza farsi sopraffare psicologicamente dallo stesso, se ha consapevolezza del suo ruolo di direzione e riesce a trasmetterlo sulla pelle dei calciatori. Quello che l’OA deve fare a questo livello è un ruolo delicato e indispensabile: aiutare il giovane arbitro a formare lo strato duro su cui porre le fondamenta dell’arbitro, che avrà tempo per affinare le proprie capacità tecniche“.

Quali sono le modifiche che ti senti di suggerire per il complesso ruolo dell’osservatore?

(L: osservatore del Sud Italia): “Oggi la figura dell’osservatore andrebbe ampliata e utilizzata in maniera diversa. Anzitutto è fondamentale il ruolo di tutor, per cui vedrei di buon grado un impiego fin dalle fasi precedenti la gara, in cui l’osservatore oltre ad accompagnare i giovani arbitri andrebbe a gestire il rapporto con i dirigenti, filtrando eventuali rimostranze legate ad episodi accaduti in gare precedenti, liberando, così, l’arbitro da ulteriori tensioni. Inoltre è fondamentale intensificare gli incontri con il settore tecnico e le visionature collettive per cercare quella uniformità di giudizio e di valutazione che ancora rappresenta un grosso problema“.

Come è cambiata la tua visione del calcio da quando hai frequentato il corso arbitri? Come osservi le trasmissioni televisive, i quotidiani, i dibattiti aventi ad oggetto il calcio?

(A: arbitro del Nord Italia): “Sarò sincero. Da quando ho frequentato il corso arbitri ogni partita diretta, ogni raduno, ogni riunione tecnica ed ogni approfondimento personale sul regolamento non ha fatto altro che far diminuire la mia voglia di guardare un post-partita. Sono sempre stato molto appassionato del calcio giocato e, salvo impegni (arbitrali o extraarbitrali che siano), continuo a guardare le partite di Serie A anche solo per vedere come si comportano i “colleghi” di categoria superiore. Sempre più spesso mi ritrovo però a spegnere il televisore in contemporanea al triplice fischio del collega. Non riesco a capire se da quando ho seguito il corso arbitri si sia abbassato il livello “culturale” (in riferimento al Regolamento del Giuoco del Calcio) dei personaggi ospitati all’interno delle trasmissioni o se si sia abbassato solo il mio limite di sopportazione verso certe affermazioni insensate; con ogni probabilità sono successe entrambe le cose ma davvero preferisco non dare più ascolti a certi personaggi televisivi discutibili”.

(V: arbitro del Sud Italia): “Premesso che ho frequentato il corso a 15 quindi, di come guardavo il calcio prima poco ricordo e poco importa. Adesso molto spesso mi ritrovo a guardare come si comportano i componenti della squadra arbitrale piuttosto che i calciatori stessi. Ho notevolmente ridotto il tempo dedicato a guardare le trasmissioni sportive e i dibattiti sul calcio in quanto troppo di frequente dovrei ascoltare persone che il calcio non lo hanno mai praticato oppure non lo vivono da tantissimo tempo. Io reputo che i giornalisti siano in gran parte responsabili di molti problemi del calcio perché siamo l’unico paese al mondo dove le polemiche vengono alimentate; al contrario molte volte vengono rinfocolate per la sola necessità di vendere più giornali o raccogliere piu audience. Non si può negare, però, che la colpa è anche dell’AIA che è chiusa in sé stessa e non permette alcun tipo di apertura comunicativa rendendo, quindi, facile il gioco di prendersela con chi non può rispondere”.

Quale innovazione ritieni di fondamentale importanza per l’AIA del futuro?

(G: arbitro del Centro Italia): “Sono un sostenitore del bisogno di un’ “evoluzione mentale” dell’AIA. Mi spiego: in tempi moderni come questi ritengo fondamentale un’apertura comunicativa da parte della nostra associazione, in particolare verso i mass media. Assistiamo troppo spesso ad accuse (spesso infondate) verso la sestina arbitrale, da parte di dirigenti, tese soltanto a nascondere e giustificare la pessima prestazione della propria squadra. Concedendo all’arbitro l’opportuno spazio di spiegare e motivare le scelte prese sul campo da lui e dai suoi collaboratori, tutto il sistema ne acquisterebbe in chiarezza e comprensibilità”.

(E: arbitro del Centro Italia): “E’ essenziale pretendere una maggiore serietà dai comportamenti dei propri associati. Episodi come quelli di neoarbitri che sui social network denigrano e attaccano l’operato di un loro collega di Serie A non sono tollerabili. Per cui, far comprendere fin da subito ai “nuovi” il significato e le conseguenze che comporta il fare parte di un’associazione è un fattore di primaria importanza per rendere le sezioni (e quindi l’AIA) ancora più solide e credibili”.

Fonte immagini in evidenza: google.it

Luca Marelli