Lo abbiamo visto volare a canestro, segnare in fadeaway, mettere una tripla da 8 metri e mezzo con una mano in faccia, vincere, perdere, cadere e sapersi rialzare. Lo abbiamo visto dominare, sia da solo che in coppia con Shaq, rovinare l’All-Star Game a Michael Jordan, segnare la seconda migliore prestazione di sempre della storia NBA. Eppure, non siamo mai riusciti a entrarvi dentro, non siamo mai riusciti a penetrare nella psiche di quest’uomo. Adesso è possibile. Nel docu-film prodotto da Showtime, Kobe Bryant si mette a nudo per la prima volta, sveste i panni di Black Mamba, relega la 24 nell’armadio e ci mostra l’uomo Kobe Bryant, quello che difficilmente è emerso in tutti questi anni quando, guardandolo negli occhi mentre era sul parquet, con il suo sguardo vitreo sommava punti a punti, vittorie a vittorie, entrando di diritto nell’Olimpo dei più grandi di sempre.
Kobe Bryant si racconta – certo, sempre alla sua maniera, quella che lo ha contraddistinto in questi 19 anni di NBA – ci permette di scoprire le sue emozioni, e per farlo utilizza una certa semplicità stilistica: niente effetti hollywoodiani, nessuno sfarzo tipico angelino, solo lui e uno sfondo nero alle spalle.

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 Tutto inizia con Bryant che racconta un suo incubo ricorrente, in cui nonostante sia solo davanti al canestro non riesce a saltare per lasciare andare il tiro, perché si sente troppo pesante, quasi come se fosse ancorato al suolo. E poi, un flashback: 13 aprile 2013, Staples Center – Los Angeles. È la notte dell’infortunio al tendine d’Achille, è la notte in cui le sue paure e i suoi incubi affiorano. Kobe lo racconta schioccando le dita, come se volesse farci capire che in un attimo tutto era finito. Ed è lì, proprio dove si potrebbero mandare i titoli di coda sulla carriera del 24, che la storia ha inizio. Kobe fa lo storyteller di se stesso, ci accoglie nel suo mondo in modo del tutto sincero: dalla sua infanzia italiana e al ritorno negli States dove frequenta la Lower Merion High School, alla decisione di presentarsi al draft neanche diciottenne e a tutto ciò che ne è conseguito. Ma Kobe ci parla anche delle sue vicissitudini personali e i problemi con sua moglie Vanessa, iniziati, probabilmente nel 2004 (che è il titolo di quel segmento del documentario), quando fu accusato di stupro da una cameriera di un hotel in Colorado:

“Stavamo aspettando il nostro secondo figlio durante quel periodo e c’era così tanta tensione e così tanto stress che lei ebbe un aborto spontaneo, perse il nostro bambino. È qualcosa di davvero terribile, è molto difficile pensare a questa cosa, mi sentivo l’unico responsabile. […] La realtà è che tutto è avvenuto a causa mia. E’ un qualcosa con cui devo fare i conti ogni giorno, me la porterò dentro per sempre”.


That (the failure) is almost worse than death – Il fallimento è quasi peggio della morte. Con quest’espressione si può descrivere la vita di Kobe Bryant. E tutto il suo amore, la sua ossessione e la voglia di migliorare se stesso, pretendendo che anche quelli attorno a lui facciano lo stesso, emerge come non mai in quest’opera. Parla di come quando lui entri in campo non sia altro che un serpente velenoso (Black Mamba, per l’appunto), che pensi solo alla vittoria e a nient’altro, i continui sacrifici che ha dovuto fare per diventare ciò che è diventato, quando nessuno credeva che da solo potesse farcela.
Il finale è proprio come l’inizio, un altro infortunio, un altro momento difficile da cui ripartire. Ma se pensate che Kobe Bryant si arrenderà, allora, non avete ben compreso il personaggio.

Kobe Bryant si racconta: il video

80 minuti meravigliosi, da non perdere assolutamente: Kobe Bryant’s Muse. Enjoy it.

https://www.youtube.com/watch?v=XGImiEHunk0

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Michele Di Mauro