Il lavoro del redattore non è facile.

Lo so, può sembrare ipocrita che lo dica io, che ultimamente passo più tempo a coordinare ed a cercare l’orpello per abbellire il lavoro di tutta la redazione (che ringrazio pubblicamente qui adesso, non facendolo abbastanza in privato) che non a scrivere, ma davvero non è facile e talvolta non solo non è appagante, ma arriva a sfociare nella delusione e financo nella rabbia.

Ammetto che quanto ho appena affermato possa sembrare drastico ed eccessivamente tragico, ma posso garantire che corrisponde al vero.

È semplice quando hai presente un fatto, hai le tue fonti (o, cosa ancora più semplice, ti sono messe a disposizione senza che tu debba nemmeno cercarle) e tutto quello che devi fare è prendere quei “pezzi di tessuto” che sono le fonti trasformarli in un “abito nuovo”, che poi è la notizia, il tuo articolo.

Non è difficile, a patto di avere un buon tempismo, trovare una notizia estera, aiutarsi con Google Translate perché di lingue straniere oltre all’inglese se ne sanno ben poche – e sto dando per scontata una buona conoscenza sia dell’inglese che dell’italiano che purtroppo non tutti hanno – e cercare riscontri sulle fonti locali (un po’ per cultura personale ed un po’ guardando su Wikipedia si scopre dove andare a cercare) per poi riportarle in italiano, e magari essere i primi in Italia, talvolta anticipando anche i grandi media locali come è successo a me per quest’articolo.

Capita poi, talvolta, la notizia “al volo”, quella comunicata alla svelta per telefono, in chat, con un messaggio, quella della quale si conosce solo l’argomento. Cerchi sui maggiori siti, e trovi ben poco per non dire nulla. Cerchi sulle agenzie, ed anche qui le informazioni scarseggiano. Sbirci su testate più gossipare, e qui trovi qualcosa che non è esattamente quello che cercavi, ma è correlato. Usi gli strumenti ausiliari, quelle risorse che sai che possono sempre tornare utili, e se non altro trovi quel tanto che basta per intuire che la testata gossipara non ha raccontato l’esatta verità. Riesci comunque a scrivere qualcosa.

Ecco, tra ricerca, consultazione, analisi delle fonti, scrittura e formattazione e soprattutto una ricontrollata a quanto si è scritto può andare via anche un’ora e mezza, ma poi l’articolo è pubblicato.

Sai che hai trattato di un argomento ignorato ma importante. Sai di aver fatto un buon lavoro. Perdi altro tempo a diffonderlo perché non c’è nessuno che lo faccia al posto tuo e non hai nessun automatismo per risparmiarti la fatica.

Ti sei dunque fatto il mazzo, da solo, senza nessuno che ti salvasse, ed è il momento di raccogliere le gratificazioni. Aspetti la fine della giornata.
Boom, ecco il colpo al cuore. Il tuo articolo superfigo è stato visto da una decina di persone circa, persona più, persona meno.

Ti crolla il mondo addosso. Tu, umile redattore, ti sei fatto il culo per niente. Ok, crescita personale, causa nobile e tutto, ma la ricompensa immediata non ce l’hai. Non sei Travaglio o Scanzi, che anche scrivessero quante volte si sono scaccolati il giorno prima (perché la Santanché fa comunque di peggio, Scanzi dixit) tutti a leggerlo, a dirgli bravi (o bravi coglioni, a seconda di chi commenta), non sei nemmeno un Di Battista preso per il culo da tutti ma con tutti lì ad ascoltarlo, che non si sa mai che tra tutte le stronzate dica anche un qualcosa di ragionevole e condivisibile. Sei un redattore insignificante, una gocciolina nel mare immenso di internet, dove tutti possono parlare e nessuno ha interesse ad ascoltare te, che sei l’ultimo arrivato.

Sei un pirla anche solo a lamentarti, caro redattore. Nessuno ti darà retta. Al massimo ti degneranno di uno sguardo di commiserazione, povero redattore, e poi tutto continuerà come prima. Illuso di un redattore.

That’s the press, baby. The press! And there’s nothing you can do about it. Nothing!

Simone Moricca
@simonegenius
s.moricca@liberopensiero.eu