Secondo un dato ISTAT , nel 2013 la produttività in Italia per quanto riguarda la produzione vegetale è stata del 27.9 % del totale PIL.

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Ecco in dettaglio il grafico che dimostra quanto evidenziato dallo studio. Il PIL italiano per quanto concerne l’agricoltura, silvicoltura e la pesca è stata la percentuale più alta, proprio da questo dato di partenza che si è compreso che lo sviluppo di attività provenienti dagli scarti agricoli posso dare ed avere benefici, in quanto se da una parte potranno dar modo di incentivare il settore aumentandone la percentuale del 2013 dall’altra parte offriranno ulteriori possibilità di lavoro e di aiuto al pianeta producento energia alternativa.

Agroalimenti e Dintorni, il portale di divulgazione sulla Tecnologia, qualità e sicurezza degli alimenti ha fatto uno studio per capire quale è il trend del futuro. Oggi sappiamo che la superficie agricola italiana è pari a 17,8 milioni di ettari, di cui 12,7 utilizzati. La superficie agricola coltivata si concentra soprattutto nel meridione con il 45,7%. Da notare che il 10% della manodopera agricola è straniera.

iStock_000012519306Small-1Già nel 2010 il valore complessivo della produzione agricola era pari 48,9 miliardi di euro. Per quanto riguarda la produzione vegetale, che incide per 25,1 miliardi, i maggiori prodotti in termini di valore sono stati il vino (1803 milioni di euro), il granoturco (1434), l’olio (1398) e i pomodori (910). Per quantità prodotte, invece, i prodotti principali dell’agricoltura italiana sono il granoturco (84 milioni di quintali), i pomodori (66), il frumento duro (38) e l’uva da vino (35).
Oggigiorno la produzione agricola, nonostante la diversità dei prodotti agricoli, copre solo i 4/5 del fabbisogno soprattutto a causa della cementificazione delle terre destinate all’agricoltura: il suolo impermeabilizzato in Italia è del 7,5%, contro il 4,3% della media dei paesi UE.

La produttività sta cambiando direzione ed infatti dal 2014 al 2020 ci saranno cambiamenti importanti nell’ottenimento di prodotti vegetali. Saranno infatti considerati le problematiche derivanti dalla coltivazione come la conseguente produzione di scarti e l’impatto sull’ambiente.

Si valuta che un potenziale risparmio energetico dell’agricoltura è in grado di fornire nuove opportunità come è noto che il potenziale dell’agricoltura nella produzione di energia da fonti rinnovabili è tale da innescare un nuovo dibattito sulla competizione nel settore agricolo tra produzioni destinate all’alimentazione e produzioni a scopo energetico.

Si stima che i potenziali residui del settore vitivinicolo a livello nazionale indicano una disponibilità di circa 1,3 milioni di tonnellate annue di sostanza secca, quasi completamente inutilizzate, una produzione che potrebbe sostituire teoricamente circa 80.000 ha di colture energetiche, e 2,4 ml di tn di sottoprodotti della vinificazione, che risultano per ¾ inutilizzati.

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Il vantaggio a livello ambientale del recupero a fini energetici di queste biomasse è evidente, in quanto da un lato la loro produzione non entra in concorrenza nell’uso dei suoli con le produzioni alimentari e dall’altro – trattandosi di residui del processo produttivo agricolo o industriale – risolve il problema di sottoprodotti che, se non sono disponibili per degli usi alternativi, devono essere comunque smaltiti.
Considerando dunque un’agricoltura migliore alla luce della riforma della Politica Agricola Comune 2014-2020 sarà necessario garantire la fertilità dei suoli anche con i concimi organici da lettiere di animali; ridurre le emissioni di CO2; proteggere le risorse; tutelare le economie locali.

Sarà possibile dunque generare energia dalle produzioni vegetali con un conseguenziale sviluppo di nuovi impianti di smaltimento delle biomasse. Ne è un esempio l’immissione nel processo dei residui della lavorazione dell’uva. In tal caso i processi di conversione energetica delle biomasse sono molto diversificati, ma per quanto riguarda quelle lignocellulosiche possono essere principalmente ricondotte a due gruppi: impiego di caldaie integrate con macchine a ciclo Rankine o Stirling per la conversione dell’energia termica in energia meccanica e poi elettrica, che sono le tecnologie oggi generalmente utilizzate e i sistemi di gassificazione delle biomasse ed utilizzo di motori o turbine a gas, tecnologie sperimentate con iniziative pilota ma non ancora diffuse a livello commerciale.

La normativa nazionale, già da quella europea, definisce la biomassa come: “la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, compresa la pesca e l’acquacoltura, gli sfalci e le potature provenienti dal verde urbano nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani”.

Esiste, tuttavia una modalità di incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti alimentati da fonti rinnovabili (esclusi gli impianti fotovoltaici) e sono stabilite dal DM 6 luglio 2012. Possono accedere agli incentivi gli impianti di potenza non inferiore a 1 kW. Gli incentivi si applicano agli impianti nuovi, integralmente ricostruiti, riattivati, oggetto di intervento di potenziamento o di rifacimento che entrano in esercizio a partire dal 1°gennaio 2013.

L’immagine propone un flusso ottimale dove del materiale vegetale può essere convogliato nel piano delle biomasse e delle post-trasformazioni.

 

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utilizzo delle biomasse nel settore industriale

 

Nel diagramma proposto, l’imput proveniente dall’agricoltura viene immesso nella catena per ottenere i sotto prodotti delle biomasse stesse. Da questi si ottengono utili impieghi in campo industriale ,come ad esempio in quello chimico ed in quello delle energie. E’ evidenziato che dalle biomasse è possibile ottenere energia elettrica e termica con rese buone che con il tempo potranno dare spazio alla ricerca scientifica del campo per la loro ottimizzazione.

Fonti: Agroalimenti e Dintorni

Marcello Cepollaro