Quando Charles Darwin ebbe a dire che “non è la specie più forte che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più ricettiva ai cambiamenti”, non si riferiva di certo ai partiti politici. E, tuttavia, quello che sta capitando alla sinistra in Europa sembra proprio essere una moderna applicazione di questo principio. Esistono dei valori, infatti, che tradizionalmente non appartengono all’ideologia di sinistra, come il patriottismo, troppo spesso naufragato – in altri contesti – verso un esasperato e cruento nazionalismo.

Oggi, partiti come Syriza, acronimo che indica la Coalizione della Sinistra Radicale greca, e lo spagnolo Podemos, mostrano una visione della politica meno accartocciata su se stessa, più aperta al cambiamento, che si realizza talora con l’apertura verso nuovi ideali, anche se in passato utilizzati dall’opposta fazione. I concetti di sovranità nazionale e interesse popolare, ad esempio, non sono mai andati a braccetto con quell’idea di sinistra, internazionale come la famosa organizzazione dei partiti comunisti attiva dagli anni della Rivoluzione russa alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Tutto questo sino all’avvento dell’Europa unita, o meglio, al momento del dispiegarsi dei suoi effetti, dalla cessione di parte della sovranità nazionale ai diktat finanziari, visti come particolarmente oppressivi dai governi dei paesi cui sono diretti. E’ questo lo scenario in cui nascono e prosperano i principali movimenti di protesta europei, fra i quali il nostro Movimento 5 stelle, che tuttavia presenta evidenti diversità sia con il caso greco che con quello spagnolo.

In Grecia, all’indomani della netta affermazione elettorale, Tsipras ha ribadito il concetto per cui la lotta del suo partito contro le politiche della Troika è condotta in nome del popolo greco, le cui radici e i cui valori sono messi in pericolo da politiche che rischiano di cancellarne l’identità. Il nuovo volto nazionalistico della sinistra greca non deve essere visto come uno “scippo” di valori nei confronti della destra, ma piuttosto – come lo intendono Tsipras e i suoi – alla stregua di un fronte comune contro forze esterne (ossia l’UE) e interne come le vecchie classi politiche e imprenditoriali elleniche, ree di aver fatto sprofondare il paese in uno stato caos economico e sociale senza precedenti.

Gli elettori sembrano aver gradito, e la vittoria di Syriza alle urne ne è stata la logica conseguenza. Senza contare che il partito di Tsipras non ha mai disdegnato ciò che i vecchi comunisti greci aborrivano, ovverosia le alleanze con gli altri partiti, anche di centrodestra, come la formazione di Kammenos. Il tutto per l’obiettivo dichiarato di riformare l’economia e cambiare la politica e il paese, combattendo una battaglia che, secondo il leader di Syriza, ogni greco che abbia a cuore la dignità del paese dovrà sentire come propria.

In Spagna la situazione è molto diversa, e si avvicina piuttosto all’esperienza del Movimento 5 stelle italiano, poiché la formazione politica di Podemos rifiuta le classiche strutture di partito, e organizza il proprio operato con un massiccio utilizzo di internet e dei social media. Pur essendo un movimento composto da esponenti della sinistra iberica, il suo leader, Pablo Iglesias, ha immediatamente preso le distanze dalla sinistra storica, visto il clima di crisi generale della politica spagnola, in cui un’intera classe dirigente è ormai screditata agli occhi degli elettori. Per farlo, ha persino evitato di pronunciare la parola “sinistra” durante i suoi discorsi, in modo tale da consegnare a Podemos i gradi di un movimento trasversale, rappresentativo di quella fetta di popolazione che non si sente tutelata della politica tradizionale.

Anche qui come in Grecia il tema dominante è il recupero della sovranità popolare, tramite la mobilitazione della cittadinanza. In effetti, uno degli obiettivi più urgenti di Podemos è proprio quello di unificare tutti quei movimenti auto-organizzati e spontanei come gli indignados o le acampadas, che – senza una leadership riconosciuta – rischierebbero di rimanere delle proteste sporadiche e disunite.

Di fronte ad una mobilitazione così compatta, in nome di un’ideologia chiara nella propria matrice ma decisamente inusuale nella sua evoluzione, ci si potrebbe chiedere se una sinistra nazionalista sia davvero possibile e soprattutto se la storia ne abbia mai dato testimonianza.

La risposta viene dal Sudamerica, dove per anni l’idea di popolo è stata centrale nella propaganda politica di sinistra – si pensi alle gestioni di Lula in Brasile, Chavez in Venezuela e Correa in Ecuador – che ha finito con l’appropriarsi, rielaborandolo in chiave rivoluzionaria, di un concetto di destra, tradizionalmente molto più incline al nazionalismo. Non a caso Pablo Iglesias, che nella vita è un professore di sociologia all’Universidad Complutense di Madrid, guarda con favore all’esperienza latinoamericana, dove per decenni il popolo ha dovuto scontrarsi con logiche di potere e imposizioni esterne che tutto hanno fatto tranne il bene delle singole nazioni.

L’attuale momento storico, caratterizzato da una diffusa sfiducia nelle istituzioni europee e dalla frammentazione degli interessi nazionali che finisce inevitabilmente con il divergere da stato a stato, rischia di produrre una confusione ideologica senza precedenti. La sensazione è che a trionfare sarà chi riuscirà ad unire sotto un unico vessillo politico la folta schiera degli scontenti, il vero partito di maggioranza in Europa.

Carlo Rombola

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.