Nel giorno in cui, più di ogni altro, ci si perde nella banalità della retorica sulla condizione femminile, può essere utile fare qualche considerazione che vada oltre la commiserazione e lo sbandieramento delle “quote rosa”, cura per tutti i mali di genere.

Si tratta di brevi spunti di discussione, che non hanno la pretesa di affrontare l’argomento in maniera approfondita, per ovvie ragioni di spazio e di modalità della comunicazione.

Affrontando un tema così discusso, si corre il rischio di fare affermazioni che possono sembrare banali, scontate. Se tali affermazioni fossero, però, oltre che dialetticamente scontate, davvero radicate, non esisterebbe una questione di genere.

Il primo errore nell’approccio alla questione di genere si commette considerandolo un problema del tutto idealistico; la questione di genere non è che una delle forme in cui si manifesta il conflitto di classe. La donna vive, nella società moderna, una doppia contraddizione: a quella tra capitale e lavoro si aggiunge quella tra famiglia e lavoro. La donna è parte del processo di produzione, lavora e partecipa attivamente al funzionamento della società; mantiene, però, il suo ruolo di serva della famiglia.

Si tratta di una contraddizione profonda, causa di una condizione più drammatica di quanto sembri, per le donne e per la società tutta. In tal senso, non si può pensare che la questione di genere sia di interesse delle sole donne, ma sarebbe necessaria una più ampia presa di coscienza.

Tra le più subdole forme di denigrazione della figura della donna è la mercificazione del suo corpo, che passa attraverso la presentazione degli più svariati stereotipi: dalla donna “angelo del focolare”, alla donna “in carriera”, alla ragazza “di facili costumi”, tutte immagini ben precise di ciò che una donna può diventare; una serie di categorie tra le quali scegliere.

Si perde completamente l’identità, la padronanza di se stesse, del proprio corpo, della propria sessualità. Padronanza che, per quanto possa sembrare contraddittorio, dovrebbe avere una sola condizione: la libertà da qualunque condizionamento.

Ogni donna dovrebbe sentire la libertà di vivere e mai, nel corso della sua vita, provare la sensazione di essere una merce nelle mani dell’altro. Ancora una volta, è chiara la relazione tra la questione di genere e il conflitto di classe.

L’idea, purtroppo diffusa, che le cosiddette “quote rosa” possano, in qualche modo, risolvere la questione di genere è estremamente dannosa. La presenza femminile nelle istituzioni dovrebbe, così come quella maschile, essere legata alla sua intelligenza, alla sua esperienza, alla sua formazione, non all’anatomia del suo apparato riproduttore.

Essere donna non può costituire un merito in sé, così come non può costituirlo l’essere giovani, italiani, europei, cattolici, e si potrebbe continuare l’elenco di possibili esempi per pagine.

E’ necessario uscire dalla logica della generalizzazione, nella questione di genere così come in tutte le altre questioni che ci si trova ad affrontare, nella vita politica e quotidiana. La generalizzazione genera banalizzazione, assopisce la ragione. E il sonno della ragione, si sa, genera mostri.

Maria Monticelli