Premessa: chi scrive è una persona convintamente di sinistra, senza alcuna intenzione di saltare staccionate e convergere in ambienti destrorsi o pentastellati, come purtroppo accaduto negli ultimi anni a molti integerrimi paladini della coerenza.

Ho militato per due anni nella politica di città, quella spezzata dalla tensione verso i massimi sistemi e dalla necessità di tenere i piedi ben saldi al suolo; una scelta che col senno di poi si è rivelata infelice, giacché il Partito Democratico si è dimostrato un luogo completamente inadatto alle mie velleità ideologiche (di sinistra, per l’appunto) ed umane, ma che ad ogni modo ha saputo insegnarmi un po’ di cose sull’ovattato mondo dei gazebo per strada, dei tesserifici di provincia e degli accordi di reciproca proficuità.

“Adoro i partiti politici: sono gli unici luoghi rimasti dove la gente non parla di politica”, scriveva Oscar Wilde con inusitato acume poco più di un secolo fa. Se qualcuno potesse rendergli noto quanto il suo aforisma sia ancora attuale, la prenderebbe senz’altro con uno sbuffo di consapevole sicumera: del resto, è prerogativa delle menti geniali quella di precorrere i tempi.

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Autrice: Laura Arena

A questo, comunque, andrebbero aggiunte un po’ di riflessioni sparse.

Che la sinistra sia ormai ostaggio della sterile dicotomia tra radical-chic e antagonismo, è cosa risaputa. Le due componenti hanno in comune un tratto distintivo, lo snobismo nei confronti del resto del mondo, l’epifanica convinzione di essere superiori per natura e, di conseguenza, di rappresentare la sola identità legittimata a rappresentare la sinistra, in politica come nella società.

Ora, io di certo non posso puntare il dito e giudicare. Non conosco la memoria storica della sinistra dall’800 ad oggi, non so citare interi brani di Marx o di Gramsci e, sinceramente, Stalin mi fa pure abbastanza schifo. Tuttavia, chi può dirlo, forse parte del problema sta anche qui: nell’incapacità di emanciparsi in modo sereno dalle esperienze del passato, mantenendo cultura e valori, ma evitando di contestualizzare le fenomenologie del terzo millennio nei soliti anacronismi concettuali.

Spiace constatare che chi, come Renzi, ha costruito la propria carriera politica su questo, sulla “modernizzazione” della sinistra, sia riuscito a fare incetta di consensi sulla credulità di quest’esigenza, raccogliendo la stanchezza di elettori e militanti per condurli in modo passivo verso il più stucchevole gattopardismo di sempre, com’è ormai abitudine fare in Italia.

Così, mentre la nuova DC raccoglieva il 40% alle europee, viceversa la sinistra era ed è talmente prigioniera del suo passato da risultare incapace persino di riproporlo. E via con le galassie di partiti, associazioni e sigle del tutto ininfluenti, in perenne lotta fra di loro per accaparrarsi la testa della fila, indaffarati a distruggere e contestare, oppure a ricamare utopistici scenari da universo fantasy del tutto slegati dalla realtà; mentre altrove c’è chi non ha esitato a banchettare sul cadavere del comunismo per gonfiarsi la pancia (e le tasche).

Quindi, se devo essere onesto, questa sinistra la definisco pessima, inutile e perfino dannosa. Si fa fatica a seguirla, figuriamoci a votarla. E nessun obbligo morale può servire da giustificazione allo scempio che è stato perpetrato su una storia politica di fondamentale importanza. La sinistra di un tempo agiva “casa per casa, azienda per azienda”; quella odierna al più si dimena social network per social network, tra l’altro con scarsi risultati. I lavoratori, la base umana e la radice civica di quell’esperienza, sono adesso una razza in via di estinzione, privati di ogni diritto, dignità e pure dell’articolo 18.

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Cosa rimane, allora, per cui valga la pena di continuare a credere? Ve lo dico io. È che, quando uno passa la propria esistenza a lottare e soffire, quell’impronta lo solca da capo a piedi; quella condizione diventa più di un moto d’animo estemporaneo, pervade a poco a poco ogni cellula del corpo, se ne impossessa e si identifica in quella stessa identità.

L’identità che in molti hanno smarrito e in molti non hanno mai avuto, contribuendo ad uno sfascio su cui, oggi, è facile ironizzare o fare sarcasmo. E come ribadire? In che modo controbattere? Guardateli, in quanti sono pronti a battersi il petto, ogni qualvolta si provi a fare qualcosa di concreto. Non sia mai!

Per cui, cara sinistra, io non ti voto.

Almeno fino a quando non ti libererai di quest’atteggiamento riprovevole, recuperando un po’ di quella sana e vigorosa consapevolezza di cui i ceti deboli hanno così gran bisogno. Finché non tornerai a parlare con la gente, invece che ai convegni autoreferenziali. Finché non dimostrerai di proporre una cosa e di metterla anche in atto, invece di proporne subito dopo un’altra e poi un’altra ancora per non dimenticare nulla, dimenticando invece tutto.

E, magari, finché non ti sbarazzerai di certi loschi figuri di cui, davvero, non se ne può più.

Con immutato affetto,
un tuo onesto e leale sostenitore.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

ilbrainch@liberopensiero.eu