Woody Allen è uno dei registi più famosi del panorama cinematografico internazionale, che con i suoi dialoghi inconfondibili, i suoi monologhi introspettivi e molto personali, riesce a conquistare con ogni pellicola (o quasi) la critica ed il pubblico. E di certo non è facile.

Ma, come ogni artista che si rispetti, nei tanti anni di pratica e carriera come regista (a partire dal 1966 con “Che fai, rubi?”) la sua tecnica e i suoi soggetti sono cambiati quasi radicalmente. Basti pensare ad una delle sue prime pellicole, “Prendi i soldi e scappa”, che ai tempi ha divertito il pubblico, facendolo allo stesso tempo immergere in una dimensione del tutto appartenente a Woody ed alla sua vita, con un protagonista tanto simile al regista da essere interpretato dallo stesso, così come ne “Il dittatore dello stato libero di Bananas”, del 1971, o “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere”, del 1972. E soprattutto come in “Io ed Annie”, film che ha confermato la fama del regista e l’ha dimostrato allo stesso livello dei più famosi del tempo, che ha vinto quattro premi Oscar, ed è spesso definito come la commedia più “viva, affettuosa, crudele”. La successiva sequela di film ha solo potuto confermare l’impronta originale e autobiografica che ha reso Allen speciale, fino a che, nel 2008, qualcosa sembra essere cambiato.

In “Vicky Cristina Barcelona” è più difficile trovare le caratteristiche che rendono riconoscibile un film di Woody da subito, incentrandosi sulla passione folle e su una libertà di intenti che ha posto una linea di confine e di cambiamento nel suo stile, da cui nel futuro non si è più spostato. Gli spunti di riflessione soliti di Allen non sono mancati, i dialoghi pungenti nemmeno, ma, confrontando la pellicola con una di quelle in cui il regista ha messo tutto di sé, sembra che manchi qualcosa, che gli argomenti accennati dovessero essere approfonditi di più, che alcune scene siano addirittura prevedibili.

Con il successivo film, “Basta che funzioni”, uscito nel 2009, Woody ha ripreso le redini della sua cinematografia, imprimendo di sé molto più che nella pellicola precedente e nei film successivi. La critica internazionale l’ ha infatti definito “un ritorno alle origini”. Un breve ritorno, però, se si guarda al film successivo, “Incontrerai l’ uomo dei tuoi sogni”, del 2010, ed anche a “Midnight in Paris” e “To Rome With Love”, in cui è ripreso lo stesso tema: la complessità dei rapporti interpersonali, inseriti in un contesto comico e fantastico. È impossibile non notare quanto si ripetano (forse troppo?) vecchi scherzi, imprevisti e gag, forse puntando su un cast più ampio e famigerato dei primi film, ma non necessariamente più adatto.

Il cambiamento psicologico del personaggio è tornato nel 2013, con “Blue Jasmine”, in cui la protagonista, in piena crisi esistenziale, riporta l’ attenzione sulla personale visione di Woody Allen della vita, facendo di nuovo immergere nel pubblico in quel mondo di cui, negli anni precedenti, si riuscivano ad intravedere solo sprazzi.

L’ultimo film, “Magic in the Moonlight”, è quello che forse ha fatto nascere più critiche, dimostrando tutti i limiti in cui il regista si è chiuso negli ultimi anni, con personaggi piatti, senza alcun tipo di approfondimento psicologico, uno scenario già visto, che ricalca molte delle opere precedenti, cambiando forse la fotografia.

In conclusione, sembra che il cambiamento di Woody Allen per molti non sia stato positivo. Ma non è detto che, dalle prossime pellicole, il nuovo Woody non saprà sorprenderci, dimostrandoci che la profondità delle prime opere ed il suo umorismo non sono scomparsi, ma anzi possono tornare con maggiore vigore.

Maria Pia Napoletano