Ci sono riflessioni che non vorremmo mai scrivere. Ci sono pensieri che non vorremmo mai avere. Ci sono dolori che non vorremmo mai vivere.

Sarebbe facile, oggi, polemizzare contro chiunque per scaricare le colpe di una tragedia che ha colpito tutto il mondo arbitrale, non solo la sezione di Torino a cui apparteneva Luca Colosimo, scomparso nella notte tra domenica e lunedì in un incidente stradale mentre rientrava dalla trasferta di Ferrara, città in cui aveva diretto la gara di Lega Pro tra Spal e Prato.

Sarebbe facile prendersela con la Federazione che impone orari assurdi, obbligando rientri a casa in piena notte. Sarebbe facile scagliarsi contro l’AIA per aver accettato imposizioni economiche per contenere i costi (affermazione, peraltro, non veritiera). Sarebbe facilissimo comportarsi in modo becero e, soprattutto, sarebbe un ottimo mezzo per ottenere condivisioni, assensi, pacche sulle spalle, note di compiacimento.

Non cederò mai a sciocche tentazioni del genere, soprattutto perchè sono convinto che non sia colpa di nessuno: non è colpa della Federazione, non è colpa dell’AIA, non è colpa della Lega Pro. È stata semplicemente una fatalità, un viaggio di ritorno come migliaia di altri conclusosi senza l’abbraccio della fidanzata od il bacio dei genitori.

È successo a tutti gli arbitri, soprattutto quelli che hanno raggiunto categorie nazionali, di dover affrontare lunghe trasferte in auto per raggiungere destinazioni spesso scomode, correre per novanta minuti con dispendi energetici enormi sia a livello fisico che mentale, salire sulla propria vettura e tornare verso la propria abitazione.

Luca Colosimo
Luca Colosimo durante l’ingresso in campo per arbitrare il match di Lega Pro tra Spal e Prato

Luca Colosimo: dal manto verde dei campi all’azzurro del cielo

La stanchezza che si impossessa del corpo, gli occhi che si chiudono, la sosta in area di servizio per l’ennesimo caffè, i finestrini aperti per tenersi vigili, la musica ad alto volume per non farsi cogliere da un colpo di sonno in mezzo ad un’autostrada vuota mentre, tutt’attorno, milioni di persone dormono e si riposano.

L’arbitro, nel week end, non si riposa. L’arbitro impegna ogni fine settimana per il proprio strano hobby e, più raramente, per inseguire il sogno di arrivare a calpestare i prati degli stadi che vediamo solo in televisione, in foto o dalle tribune.

Ho spesso sostenuto che la categoria dovrebbe farsi conoscere. Non per vanagloria personale, non per far sapere agli sportivi quanto guadagna un associato arrivato alle massime categorie nazionali, non per spiegare un episodio dubbio. Dovremmo farci conoscere in modo tale che tutti sappiano quanti e quali sacrifici ci carichiamo sulle spalle per anni, percorrendo decine di migliaia di chilometri spesso per essere coperti di insulti o giudicati da persone comodamente sedute in poltrona che non hanno la minima idea di cosa significhi essere arbitri riducendo la figura a mera carne da moviola.

Luca stava rientrando a casa come era accaduto in altre decine di occasioni precedenti. Luca era stanco ma soddisfatto di aver portato a termine una prestazione eccellente a Ferrara, con la consapevolezza che il tempo sottratto ai suoi cari non era stato sprecato ma investito in qualcosa in cui credeva. Luca sapeva che avrebbe avuto poche ore di sonno prima di recarsi al lavoro quella stessa mattina. E, naturalmente, dormire a Ferrara avrebbe comportato la perdita di un’intera giornata nel proprio ambulatorio fisioterapico, ciò che nessun associato può permettersi dato che i rimborsi della Lega Pro bastano a malapena per coprire un paio di bollette.

No, non raccontiamo favole. Basta informarsi, un paio di telefonate per scoprire che nessuno avrebbe impedito a Luca di pernottare a Ferrara: i dirigenti dell’AIA pretendono molto dai loro ragazzi ma conoscono perfettamente la stanchezza dopo una gara, hanno vissuto per anni quelle stesse esperienze. Sanno che rientrare a notte fonda nasconde sempre un pericolo, sono consapevoli che sarebbe meglio riposarsi dopo uno sforzo fisico e mentale come quello richiesto da una gara ma sono altrettanto consci del fatto che è prevalente il desiderio di tornare a casa dopo aver passato tanto tempo lontano dai propri cari, dai propri amici, dalle proprie abitudini.

Luca Colosimo
Luca Colosimo (05/04/85 – 08/03/15): primo anno CAN PRO, 12 gare dirette in stagione. Candidato numero uno alla promozione in CAN B per il campionato 2015/2016

Quante volte avrei potuto/dovuto fermarmi in albergo dopo una gara ma ho deciso, in assoluta autonomia, di mettermi in viaggio per dormire nel mio letto. Quante volte sono arrivato a parcheggiare all’alba per presentarmi, poi, in ufficio dopo poche ore. Con il viso stanco, tirato, segnato ma felice per aver portato a termine un’altra tappa di un percorso iniziato da giovanissimo sui campi della periferia.

Non è il tempo delle polemiche. È il tempo della riflessione. È il momento di lasciare spazio ai suoi amici, ai suoi cari, ai suoi colleghi, alle parole che hanno lasciato sui social.

Per far capire che l’AIA è una grande famiglia non solo nei proclami ma soprattutto nei fatti. Spero mi perdoneranno coloro a cui rubo le parole ma credo che sia il modo migliore per far comprendere che il dolore per la scomparsa di Luca è il dolore di decine di migliaia di persone che indossano o che hanno indossato la divisa. Ho scelto tre messaggi ma avrei potuto trascriverne mille.

L.B.:

Ti ho sempre stimato per la grande determinazione e dedizione che mettevi in ogni cosa della tua vita. Ieri sera lo Stadium e la tua Torino ti hanno salutato così e sono sicuro che anche tu eri li con loro per un grande abbraccio. Ciao Luca, per noi sei stato un esempio“.

V.C.:

Ti ho sempre visto sorridente e quindi posso solo ricordarti con il sorriso stampato in faccia. Arrivederci Luca“.

F.S.:

Questo minuto è tutto per te… ora che sei l’angelo degli arbitri“.

Ciao Luca.

Fonte immagine in evidenza: google.it/ luca colosimo

fonte immagini media: ilfattoquotidiano.it / spalferrara.it

Luca Marelli