Nessuno può negare che Will Smith ha occupato per molto tempo un posto di prestigio tra le star hollywoodiane: il cosiddetto Golden Boy, una vera e propria macchina da soldi. Non importa quale sia il film in cui egli compare, questo automaticamente sarà un successo al botteghino.

Un’ascesa, quella di Smith, fatta di alti e bassi, con gli immancabili colpi di fortuna. Il primo arrivò nel 1989, quando l’allora Fresh Prince del duo hip hop DJ Jazzy Jeff & the Fresh Prince incontrò il produttore Benny Medina, alla ricerca del protagonista per una sit-com basata sul lifestyle dei ricchi di Bel Air, a Los Angeles. E a quel punto Will divenne Willy, il Principe di Bel Air: fu il protagonista assoluto della serie tv per ben sei stagioni, dal 90 al 96, e probabilmente fu proprio il suo sorriso beffardo, la sua comicità innata o forse quel motivetto da lui cantato nella sigla a portarlo dal piccolo al grande schermo. Il primo ingaggio avvenne con Made in America, il secondo in 6 gradi di separazione, ma fu solo nel 1995 che arrivò il primo ruolo serio in Bad Boys di Michael Bay al fianco di Martin Lawrence.

Da lì la strada fu tutta in salita: prima il disaster movie protagonista del blockbuster Indipendance Day, poi la vera e propria consacrazione nel 1997 con l’immortale Man in Black (la cui colonna sonora chiamata, appunto, Man in Black e cantata da Smith stesso l’ha portato a vincere un Grammy Award) e il successo continua con Nemico Pubblico l’anno successivo.

È il 1999 quando Smith muove il primo passo falso nella sua carriera: Wild Wilde West al fianco di Kevin Klin che lo aveva accompagnato nel successo di Man in Black, fallisce miseramente sia per il pubblico che per la critica. Ma Will non si dà per vinto, e inaugura il nuovo millennio con un disco intitolato Willennium, dal titolo emblematico se non -azzardando- profetico. Lo spartiacque nella carriera di Smith arriva proprio nel 2000, quando per la prima volta tenta di accreditarsi un posto nel cinema d’autore, e ci riesce con successo: Alì, diretto da Michael Mann, gli scolla di dosso l’immagine di attore esclusivamente comico che lo aveva accompagnato fin dall’inizio.

Passando per la parentesi comico-sentimentale di Hich – Lui si che capisce le donne, nel 2006 avviene un altro incontro fortunato, quello che Smith definirà poi “il più bel lavoro della propria carriera“: si tratta di Muccino, il regista de L’ultimo bacio, che chiede di prestargli il volto per il suo nuovo film, La ricerca della felicità. Questo film, che lo riporterà alla vetta e gli guadagnerà anche una nomination all’Oscar come migliore attore protagonista, è anche l’inizio di un grande sodalizio cinematografico. Muccino e Smith faranno coppia anche in Sette Anime, il film che ha commosso tutta l’America.

Will Smith e il figlio Jaden in una scena de Alla ricerca della felicità

Ma Will è un attore poliedrico, in grado di poter interpretare qualsiasi ruolo egli voglia, dal drammatico al comico, e non dimentica le sue origini durante questo boom filmico, anzi, le riporta alla luce con altri due enormi successi: Io sono leggendaHancock, il supereroe alcolizzato che soffre di amnesia, affiancato da una bellissima Charlize Theron.

E dal 2008 ad oggi, riprende i panni dell’agente J in Man in Black 3, fino ad arrivare a quello che può essere considerato come il punto d’arresto della sua carriera: After Earth. La pellicola, in cui compare di nuovo al fianco di suo figlio maggiore Jaden, è un fiasco totale: 130 milioni di dollari per la realizzazione (marketing escluso) la pellicola ne incassò solo 6o negli USA, fino ad arrivare ad un bilancio complessivo dopo il lancio mondiale di 244 milioni di dollari.

È stato il fallimento più doloroso della mia carriera, -afferma Smith- anche perché c’era mio figlio di mezzo. L’avevo coinvolto io nel film e la cosa mi ha devastato. La mattina in cui ho visto i numeri al botteghino sono stato sotto shock per circa 24 minuti. Poi il telefono ha squillato e ho scoperto che mio padre aveva il cancro. Sono andato al tapis roulant del piano di sotto, ho corso per 90 minuti. La mia vita e la mia carriera hanno in quel momento cambiato prospettive. Quando avevo 15 anni la mia ragazza mi ha tradito e da allora mi ero promesso di essere sempre il numero uno, così da non provare più una delusione simile. È diventata la mia filosofia di vita non concepire l’idea che qualcuno fosse migliore di me. Ma After Earth e tutto ciò che ne è seguito mi hanno fatto capire che è l’amore ciò che conta di più. Quel fallimento e la malattia di mio padre hanno trasformato il mio modo di vedere la vita e la carriera: ora la cosa che voglio di più è sviluppare le migliori relazioni che possa mai avere’.

E adesso, dopo un anno e mezzo di stop, Smith torna nelle sale cinematografiche al fianco di Margot Robbie nei panni di un abile truffatore, e ruba il primo posto alle altre pellicole nelle classifiche: Focus è al cinema dal 5 marzo 2015. Ma, a quanto pare, per il ‘rinato’ Smith questo è indifferente:

Mi sono completamente liberato del concetto di orientamento al risultato e sono entrato in quello della via dell’orientamento – questo momento, questa secondo, questa gente, questa interazione. Ed è un grande sollievo per me non curarmi se Focus è al numero uno o al numero dieci al botteghino. Ho già guadagnato tutto quello che avrei potuto sperare incontrando la gente e la creazione di quello che abbiamo fatto insieme”.

Camilla Ruffo