L’approvazione della modifica della Costituzione

Il primo passo verso la modifica della Costituzione è stato compiuto: la Camera dei Deputati, con 357 sì, 125 no e 7 astenuti, ha approvato il ddl Boschi, che modifica radicalmente il funzionamento del Parlamento, le relative competenze e i rapporti Stato-Regioni. Il ministro per le riforme costituzionali Maria Elena Boschi ha plaudito al risultato, visibilmente sollevata: le dichiarazioni di guerra della minoranza dem non si sono tradotte in un conflitto. È troppo presto per cantare vittoria: la riforma costituzionale è esattamente a metà strada. Serviranno ancora altre due votazioni, come prescrive l’articolo 138 della Costituzione, e, almeno secondo quanto afferma il Presidente del Consiglio dei ministri -di questa affermazione non risulta alcuna trascrizione nel testo-, un referendum confermativo.

Lo scontro interno al PD

Il giorno prima della votazione la minoranza PD aveva lanciato severi moniti al capo del governo. Civati ha rifiutato di partecipare alla direzione dem per la seconda volta consecutiva, minacciando una scissione che sino ad ora non si è realizzata; Bersani ha parlato di una minaccia al sistema democratico derivante dal combinato della riforma costituzionale e dell’Italicum ed ha esposto le proprie preoccupazioni al capo dello Stato, simili a quelle che erano state espresse da Silvio Berlusconi non molto tempo addietro; Fassina ha dichiarato di non voler votare l’Italicum. Nonostante queste affermazioni, il sì è arrivato anche da parte loro, consentendo al governo di procedere sul cammino delle riforme costituzionali. «È l’ultimo sì» tuona Bersani: una sua indicazione negativa potrebbe portare il governo in minoranza alla votazione del Senato, nella quale la riforma potrebbe essere bocciata con il voto di soli 12 dissidenti: i 12 dissidenti che hanno salvato la maggioranza governativa nel voto del Jobs Act.

Lo scontro in Forza Italia

Il segretario-premier Renzi, nel caso di rottura con il gruppo dei bersaniani, potrebbe godere dell’appoggio di una parte di Forza Italia. Ieri alla Camera il gruppo ha votato compatto “no” (fatta eccezione per Gianfranco Rotondi), riconquistando, secondo Brunetta, una libertà che era andata perduta con il patto del Nazareno, ma a fatica: 17 forzisti hanno inviato una lettera a Silvio Berlusconi, dichiarando di essere favorevoli alla riforma e di aver votato contro solo per fedeltà alla linea del partito. Imputato della frattura Denis Verdini: promotore del patto che ha distrutto elettoralmente la destra, è adesso il primo che subisce le conseguenze dello strappo di Renzi. Escluso, ridotto in minoranza, invitato a tacere e non comparire in pubblico, Verdini ha radunato attorno a sé i fedeli del patto e i fittiani, pronto a dare battaglia dentro l’aula del Senato e rafforzare la maggioranza governativa. «È il nuovo Alfano» sibilano i compagni, futuribili ex, di partito.

Vincenzo Laudani