La notizia delle tre donne che dalla Gran Bretagna hanno raggiunto la Siria ha fatto molto discutere. Oramai gli europei che decidono di prendere parte all’ISIS sono tantissimi e tra di loro, come spesso raccontato, ci sono anche donne. Secondo quanto riportato dagli esperti sarebbero  550 le donne arrivate alla volta della Jihad, 3000 circa gli occidentali.

La propaganda internet, anche per il sesso debole gioca un ruolo fondamentale. Le tre donne infatti sarebbero partite dopo essere entrate in contatto con Asqa Mahmood, giovane ragazza di Glasgow (Scozia) che sarebbe partita alla volta della Siria per sposare un giovane combattente dello Stato Islamico. La sua storia viene raccontata giorno per giorno attraverso il suo blog “Il giornale di un emigrante”, divenuto uno dei principali strumenti di propaganda per le donne dell’Isis.

Nella sua pagina racconta della vita quotidiana delle donne del califfato, cercando di levare ogni dubbio. “Le donne che raggiungono queste terre sono in cerca di un’avventura, molte si proiettano in un mondo immaginario, sognano di sposarsi con un combattente”, come afferma Hassan Hassan, studioso ed autore di un libro che racconta nel dettaglio il potente gruppo terroristico.

“Qui non ci sono affitti. Le case sono gratuite. Non paghiamo né l’acqua ne l’elettricità e riceviamo ogni mese un pacco con cibo” – scrive la giovane tra le pagine del suo blog – “Il territorio ci offre lavoro, sopratutto nell’ambito del lavoro e della sanità”. Infatti, secondo la guida delle buone maniere messa in atto dallo Stato Islamico, le donne possono lasciare la casa solo se sono medici per donne o insegnanti. Dunque, per chi decide di prendere parte al califfato, sono previsti molti vantaggi, per se stessi e per la propria famiglia.

Alcuni responsabili iracheni hanno raccontato che l’Isis darebbe alle famiglie dei combattenti delle case da loro stessi liberate con la forze e per dare più valore al matrimonio contratto con un jihadista, gli sposi avranno a disposizioni sette giorni di congedo e fuochi d’artificio. La ricercatrice Lina Khatib ha cercato di analizzare il fenomeno del blog di Aqsa Mohmood che, secondo lei, sarebbe solo un mezzo di propaganda gestito e supervisionato proprio dal gruppo terroristico dunque, un mezzo reclutativo. La donna, che ora si trova a Beirut, ha avuto l’opportunità di parlare con alcune ragazze che da quelle terre sono fuggite poiché si sono ritrovate davanti, invece dell’utopia che gli veniva promessa, un mondo fatto di oppressione e divieti  dal quale uscirne è veramente complicato. Di fatti, più di 120 persone hanno perso la vita tra il mese di ottobre e dicembre.

Giuseppe Ianniello