Una nuova notte di scontri a Ferguson ribadisce che la discriminazione razziale è una questione sociale ancora incredibilmente attuale negli Stati Uniti.
Gli agenti del dipartimento di polizia di Ferguson sparano più di quanto dovrebbero, maggiormente verso persone di colore, e questa purtroppo non è una constatazione soggettiva, ma il verdetto del Dipartimento di Giustizia americano emesso una settimana fa.

Proprio alla luce di tale formale accusa di razzismo si era di nuovo assistito in questi giorni a grandi proteste nel sobborgo di St. Louis, seppur meno violente rispetto a quelle terribili di fine novembre, con la comunità afro-americana che era scesa in piazza più di una volta per richiedere a gran voce le dimissioni del capo di polizia locale Thomas Jackson, richieste accontentate nella serata di ieri.
Poche ore dopo le dimissioni quindi la manifestazione nei pressi del Dipartimento si era fatta più grande, assumendo quasi i contorni di una celebrazione della vittoria ottenuta, con cori e striscioni affissi ovunque e pacificamente.

Poi però qualcuno ha sparato, e due poliziotti sono rimasti gravemente feriti.
La zona di provenienza dei colpi non è ancora stata accertata, anche se alcuni testimoni oculari indicano le finestre di un’abitazione vicina.
Sebbene sembri dalle notizie dell’ultima ora che i due poliziotti non siano a rischio di vita, le loro condizioni sono comunque gravissime, con i colpi che li avrebbero feriti rispettivamente alla spalla e alla testa.
L’episodio si è verificato appena dopo la mezzanotte ora locale, e potrebbe porsi all’inizio di una nuova ondata di scontri.

Il messaggio della comunità nera di Ferguson sembra chiaro: le dimissioni di Jackson non bastano.
Anche se l’ex capo della polizia è stato solo l’ultimo a dover lasciare il proprio incarico dopo l’ecatombe di funzionari avvenuta nei giorni passati, l’orgoglio dei manifestanti è ancora ferito, e il rapporto sopracitato che classifica la comunità afro-americana di Ferguson come “sistematicamente discriminata” ha generato l’allarmante sensazione del ritorno ad un passato da seppellire una volta per tutte.

Se a questo si aggiunge la ancora incompresa mancata incriminazione di Darren Wilson, l’agente di 28 anni che era stato l’esecutore materiale dell’omicidio del diciottenne disarmato Michael Brown, possiamo ben prevedere che le proteste (si spera pacifiche) tarderanno a cessare.

Valerio Santori