Lo studio antropologico è ormai centro indiscusso delle maggiori questioni degli studiosi.
Le domande tipo “Chi siamo, Da dove veniamo, Qual è il nostro scopo?” sono l’abc di conversazioni senza fine, ma non sono così scontate. Fino al Trecento l’investigare sui perché del mondo era una sorta di tabù, un atto intimidatorio e conflittuale contro la filosofia aristotelica, tanto inneggiata dai suoi seguaci. Aristotele aveva le risposte giuste, perché ricercare verità già svelate?

Ma l’uomo è per natura curioso, insoddisfatto. Francesco Petrarca fu forse il primo che ha avuto il coraggio di remargli pubblicamente contro. La sua conflittualità psicologica, il suo animo dilaniato da varie linee di condotta hanno fatto sì che il suo modo di vedere le cose inizi a cambiare e, come ingigantito da una lente, ha avuto voglia di vedere ogni singolo particolare che potesse contare davvero in questo mondo. Come risultato ha scoperto che per secoli a nessuno è mai venuto in mente di porsi determinate domande.
Nella famosa lettera scritta al teologo e frate agostiniano Dionigi da Borgo San Sepolcro, tratta dalla raccolta dei Familiari, scrive della sua scalata sul Monte Ventoso con il fratello Gherardo. Lo scritto si basa sulla differenza dei due percorsi: Francesco avanza con difficoltà, seguendo un percorso tortuoso; Gherardo invece, che ha già dedicato la sua vita a Dio e quindi ha trovato la pace spirituale, avanza speditamente.

Entrambi infine raggiungono la cima e Petrarca, com’era uso al tempo, apre a caso il libro che aveva con sè “Le confessioni di Sant’Agostino” e legge la prima frase che gli salta all’occhio: “E vanno gli uomini a contemplare la cima dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”.
Con la venuta dell’umanesimo l’uomo ha continuato su questa onda.

Vuole conoscere, progredire e indossare il suo mantello da supereroe per dar risposta ad ogni domanda che gli si possa presentare. Questa è un po’ la caratteristica della nostra razza e nel bene e nel male ci definisce e ci fa andare avanti, perché di grandi passi ne abbiamo fatti.
Ci siamo guardati intorno e non abbiamo accettato il fatto che il nostro mondo possa fermarsi solo a ciò che noi vediamo. Personalità come Galileo ci hanno insegnato che con la conoscenza scientifica e linguistica si può andare avanti e compiere piccoli salti nel buio per provare e riprovare e magari riuscire a scoprire qualcosa di nuovo. Qualsiasi tipo di innovazione, come sempre nella storia, non era proprio ben accetta, quindi lo scienziato andava avanti utilizzando termini del linguaggio quotidiano per non rivoluzionare troppo le conoscenze del tempo e, magari, far in modo che le persone possano ricordare tutte le sue scoperte. Con il suo “occhiale” poi conosciuto come cannocchiale, Galileo ha prolungato l’occhio umano facendogli sfiorare l’inizio di quello spettacolo galattico che col tempo avrebbe poi ampliato. Non esistono veri limiti, e lui ce l’ha dimostrato!

Il problema dell’uomo è il timore, quella paura paralizzante che ci impedisce di vivere come vogliamo, ci pone dei paletti che non riusciamo ad oltrepassare. L’ignoto e il buio sono quindi la causa della nostra insicurezza, forse per questo tendiamo a semplicizzare un po’ tutto, e forse per questo è stata inventata la lampadina. Accendi una luce e hai l’illusione di vincere sull’oscurità!
Ma non tutto si può sistemare così. Salti nel buio li compiamo ogni giorno, compiendo imprese più o meno importanti e semplicemente iniziando un nuovo step della nostra vita.
C’è chi è spaventato dal cambiamento, chi cerca un’ancora in questo mondo e basa su di essa tutte le sue convinzioni per andare avanti. Tra l’ottocento e il novecento l’Italia era dilaniata dalla rivoluzione industriale, la società era in preda ad un gran mutamento, i vecchi valori svanivano e soggetti come Giovanni Pascoli sentivano la crisi. Pascoli è stato tradito anche dalla giustizia (per la morte del padre mai rivendicata) e vedendo sgretolare tutte le sue certezze ha assunto l’idea della ricostruzione di un nido familiare come sua ancora e ha lasciato che fosse quel fanciullino che è in lui a provar a far qualche salto nel buio.

Nello stesso periodo c’era anche chi è uscito fuori dal suo guscio e ha cercato una spiegazione a ciò che stava accadendo. il poeta Yeats era fra questi e, basandosi sul testo dell’Apocalisse (riportato nella Bibbia cristiana) ritiene che la causa di questa nuova oscurità fatta di aggressività, materialismo, violenza, che ha offuscato la mente degli uomini sia il frutto del secondo avvento, la venuta di una creatura oscura portatrice di mali. “Anche questa bestia” si chiede “nascerà a Betlemme?”.
Ma poi sono trascorsi anni, anni in cui le tremende profezie del Nostro si sono rivelate reali per l’avvento della Prima Guerra Mondiale che ha distrutto ogni cosa. Una volta terminata gli animi della gente stavano per riempirsi di speranza e sogni per il futuro, ma il seme del male aveva ormai attecchito e scrittori come George Orwell capirono che quello era solo l’inizio della fine. In “1984” ci descrive i suoi timori più profondi, quelle sue certezze che spera non si avvereranno mai: una società fittizia manipolata dal burattinaio del regime totalitario fascista.

Continuando sul discorso letterario e tornando nuovamente indietro, vedremo che il salto nel buio per eccellenza possiamo intenderlo con la catabasi forse più famosa, l’opera del nostro Dante. L’andare verso l’ignoto, scoprire ciò che non ci è concesso esplorando un mondo spirituale, morale, e, forse quello più arduo, che appartiene alla nostra mente, sono gli argomenti affrontati dallo scrittore fiorentino. Ma anche lui, forse per timore, forse per una maggior sicurezza, si lascia guidare da quelle che sembrano diventare delle vere torce nel buio, le sue guide Virgilio e Beatrice.

Virgilio che è identificato con la ragione, quello che ha sempre la risposta giusta, che prima di diventar guida di Dante lo è stato di Augusto, ha esaltato Roma, l’imperatore stesso e si è fatto scia illuminando il suo cammino con le sue preziose parole. Enea fugge, combatte, viaggia, fonda la futura capitale, e il popolo romano è felice, e Virgilio viene apprezzato, e una luce s’accende in favore di Augusto. L’altra faccia della medaglia la troveremo qualche secolo dopo, quando Lucano si cimenterà nello scrivere la Pharsalia, conosciuta anche come l’Antieneide, un poema in cui la guerra è vista come distruzione e coloro che la combattono come distruttori. La soluzione di tutti i problemi di Virgilio adesso è vista come portatrice di crisi, violenza, ombre sulla società sempre insoddisfatta.
Possiamo sintetizzare questo breve excurcus come una sorta di spiegazioni allegoriche che gli scrittori hanno riportato per dare una spiegazione a quel fattore psicologico che sarà esplicitato solo in seguito con la venuta di Freud.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.