Raif Badawi è un blogger , che nelle pagine del suo sito web Free Saudi Liberals raccontava le contraddizioni del suo paese d’origine, l’Arabia Saudita, da una parte alleata degli USA e dall’altra severa nei confronti degli oppositori interni. Ed è per questo che all’età di 30 anni è stato arrestato il 17 giugno 2012 e detenuto nel carcere di Gedda. La sua condanna iniziale era di 7 anni di carcere e 600 frustate, ma col tempo si è inasprita e ora deve scontare 10 anni di cella, una multa di un milione di rial (200 mila euro) e 1000 frustate. Nonostante Badawi sia stato scagionato due anni fa, il timore dei familiari è che venga ucciso dato che per l’apostasia, in Arabia, vige la pena di morte.

E’ da tempo che l’associazione Amnesty International si sta occupando della questione e proprio ieri si è recata per la nona volta all’Ambasciata di Roma per chiedere pietà al Governo arabo sul caso di Raif e di altri 11 prigionieri di coscienza, rei di aver offeso l’islam. Il 5 marzo, un gruppo di giovani di Amnesty International ha organizzato presso l’IISS Stenio di Termini una seduta a favore della liberazione di Badawi.

Nonostante le critiche e gli appelli delle comunità internazionali il Governo arabo non sembra intenzionato a porre fine alla questione. Queste le parole del ministro degli esteri: ‘‘L’Occidente attacca la nostra sovranità con la scusa dei diritti umani’‘. Si può leggere in una recente nota: L’Arabia Saudita disapprova fortemente ciò che è uscito sui giornali a proposito del cittadino Badawi e della sentenza che ha ricevuto. Il nostro regno è uno dei primi Stati a promuovere e a supportare i diritti umani. Nonostante il nostro impegno in questo senso sia più che ovvio, alcuni media hanno, sfortunatamente, svuotato i diritti umani del loro sublime significato. E hanno abusato e politicizzato questi diritti per favorire le aggressioni contro il diritto degli Stati alla sovranità. L’Arabia Saudita non permetterà certamente che una cosa del genere accada”.

Nonostante le petizioni di giornalisti e attivisti, l’Arabia Saudita che, incredibile paradosso siede nel Consiglio dell’ONU, non sembrerebbe intenzionata a rilasciare i 12 prigionieri. Può una persona, in un Paese che si considera promotore dei diritti umani, rischiare la morte nell’omertà generale per aver espresso le sue opinioni?

Vincenzo Nicoletti