Il 15 Marzo si è celebrata nuovamente la giornata nazionale del Fiocco Lilla. Si dovrebbe riflettere, pensare, documentarsi, andare oltre le apparenze e capire il perché delle cose.
Il problema è che molto probabilmente la stragrande maggioranza degli italiani non sa neanche di cosa si tratti.
Poche notizie in tv, neanche una citazione, un pensiero commemorativo che non vada oltre l’evidenza, una parola a scuola o per strada.

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La giornata nazionale dedicata ai disturbi alimentari trascorre celata dall’indifferenza più totale e intanto l’ignoranza dilaga e si fa sentire. L’evento è nato in memoria di Giulia, figlia di Stefano Tavilla, promotore della Giornata e Presidente dell’Associazione “Mi nutro di vita” di Genova. Lo scopo è quello di sensibilizzare le masse su un problema tanto dilagante quanto subdolo e silenzioso.
Sono forse troppe infatti le persone che credono che disturbi come anoressia, bulimia, DCAnas, obesità, siano il risultato di diete finite male, di ostinazione di ragazze/i che vogliono mangiare smisuratamente o che, addirittura, vogliano emulare modelli televisivi o assurdi stereotipi di bellezza. Il punto è che questi fattori potrebbero anche essere accettati, ma il solo ricercare la bellezza fisica non ti trascina ad un passo dalla tomba.
Ciò che la società non sa (o fa finta di non sapere) è che dietro questi disturbi si cela una sofferenza e un male di vivere non indifferente che porta il soggetto in questione ad ammalarsi psicologicamente. Sì, perché qui stiamo parlando di malattie, non di diete o una giornata alla beauty farm, ma di persone malate che non hanno a disposizione una pillola per guarire magicamente e andar avanti.
Il soggetto anoressico paradossalmente parlando incentra la sua vita sul cibo. Tutto si riversa sull’orario dei pasti, sul senso di fame che si deve combattere quotidianamente, sulle calorie che bisogna dimezzare, così come, il soggetto bulimico non vorrebbe realmente buttar giù chili di cibo ma risente dei veri e propri attacchi di fame, d’apatia, di malinconia, che lo spingono a compier gesti di cui si pentirà subito dopo. Parliamo di persone che diventano prigioniere della loro psiche, burattini che non possono far altro che ascoltare quella voce che, nella testa, li inducono ad autodistruggersi dall’interno.

Perché?

Recenti studi hanno dimostrato che in persone affette da questi disturbi c’è un cattivo funzionamento di un’area cerebrale chiamata “insula” preposta proprio al controllo e gestione dell’immagine di sé, del proprio corpo, nonché dell’ansia e lo stimolo a mangiare. Si è visto inoltre che questa non migliorerà al recupero fisico dei pazienti e che, quindi, al recupero fisico non dipende un cambiamento psicologico.

Per questo spesso si legge di “anoressiche” in normopeso. Oltre ad un fattore medico si può parlare anche di uno psicologico che può dipendere in genere da una situazione familiare conflittuale o complicata e, nel maggior numero di casi, da una ricerca della perfezione posta al limite. Parlando in questi termini si finirebbe addirittura col riflettere sul proprio corpo un bisogno di controllo tale da voler “comandare” sensazioni primarie quali fame, sonno, stanchezza, portando il proprio fisico ad un punto di non ritorno. Tutto deriva da un trauma vissuto o un insieme di avvenimenti che inconsciamente hanno segnato il soggetto.

Infatti, rifiutare qualsiasi fonte di cibo nei primi stadi della malattia gli dà una sensazione di “onnipotenza”, benessere, leggerezza, evanescenza che lo fa sentire bene. Il mondo non si può controllare, ma a che serve se ciò di cui ha bisogno è controllare se stesso? Discorso analogo è per bulimia o obesità. È più semplice chiudersi in se stessi e concedersi qualche piacere, perché allora affrontare gli altri?
Laurie Halse Anderson è una scrittrice inglese che ha dedicato un’ importante fetta della sua vita allo studio dei disturbi alimentari:

Mi sono ritrovata a viaggiare nella terra delle ragazze d’inverno per via delle infinite lettrici che mi scrivevano e mi raccontavano delle loro battaglie con i disturbi dell’alimentazione”

scrive tra i ringraziamenti del suo romanzo “Wintergirls” e proprio in questa sua opera è riuscita con poche frasi lapidarie a trasmetterci l’idea dell’enorme mole di sofferenza che una persona può provare, concedendoci quelle informazioni a noi utili per comprendere il loro stato d’animo.

“E chi voleva guarire? Ci avevo messo anni per diventare così magra. Non stavo male; ero forte.”

Urla al mondo la protagonista all’inizio del romanzo, per poi aprire gli occhi alla fine:

Il cibo è vita [..] Il cibo è vita ed è questo il problema. Quando sei vivo la gente può ferirti. È più facile chiudere tutto il resto fuori. Ma è una bugia.”

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.