Come promesso iniziamo oggi a discutere del primo dei miei dieci comandamenti per un’Italia migliore:

I°. Taglio di mezzo milione di dipendenti pubblici

Prima di iniziare l’argomentazione volevo ringraziare chi mi ha scritto per dare un contributo alla discussione e che, come immaginavo, si è schierato su due fronti ben distinti. Ci sono infatti quelli che considerano questo provvedimento un intervento che genera solo maggiore disoccupazione e quelli che lo ritengono un fatto di giustizia sociale.

Per evitare di cadere in stereotipi dominati dalla personale sensibilità di ognuno sull’argomento cercherò di affrontare il tema, sicuramente molto delicato, fornendo alcuni dati oggettivi e inserendo alcuni passaggi di un testo che ha formato il mio pensiero sull’argomento.

Proprio dalla lettura dei dati potrebbero arrivare le critiche più forti alla mia proposta. In effetti un’indagine organizzata da Forum PA nel maggio del 2013 dal titolo “I dipendenti pubblici in Italia sono troppi?” presenta un immagine della PA assolutamente allineata alle medie europee e con un forte trend di riduzione nell’ultimo periodo sia in termini assoluti sia in rapporto al PIL.

Il grafico qui sotto ci presenta la percentuale dei dipendenti pubblici rispetto al totale degli occupati e mostra appunto un’Italia vicina alla media dei paesi analizzati e ben al di sotto di alcuni della Comunità Europea.

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Potrei obiettare subito che la qualità dei servizi offerti da quelle nazioni è decisamente superiore alla nostra ma, non volendo distogliere l’attenzione con inutili (almeno in questo momento) divagazioni, richiamo l’attenzione sul dato di paesi quali Olanda, Nuova Zelanda, Svizzera, Germania e Giappone che utilizzano modelli di organizzazione molto diversi dai paesi scandinavi o d’ispirazione socialista che nel computo alzano in modo significativo il dato medio. Essendo io un amante dei benchmarking positivi e non negativi, il grafico aiuta a confermare la mia tesi secondo cui si può sicuramente ridurre in modo significativo il numero dei dipendenti pubblici ma ora dovremmo capire quanto può essere ampia questa riduzione.

Per cercare di ipotizzare un numero plausibile abbiamo bisogno di altre informazioni.

Partiamo dalla spesa per la pubblica amministrazione in rapporto al PIL:

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Anche in questo caso i dati evidenziano un’Italia poco sopra la media EU12 ma, volendo copiare da chi fa meglio e non da chi fa peggio, proviamo a valutare l’effetto che avrebbe un allineamento ai dati della Germania. Il PIL nel 2013 è stato di 1.618.904mln quindi un riallineamento alla percentuale tedesca 2013 (7,7) porterebbe ad una riduzione di costo di 42.000mln che, considerando una retribuzione media nella PA di 34.851, vale una contrazione di 1.207.756 unità. Senza arrivare alla germanica efficienza, oggi per noi solo un miraggio, gli spazi per una contrazione di 500.000 dipendenti pubblici sembrano esserci e sembrano anche facilmente raggiungibili.

Per rafforzare questa prima impressione e senza voler fare paragoni con paesi stranieri basta confrontare i le diverse regioni italiane per capire che la riduzione è possibile. I dati forniti dall’ISTAT ed elaborati dalla Corte dei conti su dati RGS 2010 sono impietosi.

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Se tutte le regioni si adeguassero alla Lombardia si avrebbe una riduzione di 730.548 unità e se qualcuno volesse sostenere la tesi delle efficienze di scala, sostenendo che in regioni piccole non è possibile ottenere gli stessi risultati di quelle più popolose, lo rimando direttamente al mio 3° comandamento che recita: “Abolizioni delle regioni”.

Mi pare che i dati sostanzino in modo chiaro la possibilità di ridurre drasticamente il numero dei dipendenti pubblici ma per evitare polemiche in merito alle conseguenze sui servizi offerti è necessario dare due ulteriori informazioni che possono fornire anche un’indicazione di come intervenire sulla produttività della nostra Pubblica Amministrazione.

Occupati nelle pubbliche amministrazioni per classi di età (Fonte MEF)

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Percentuali di Laureati (fonte MEF)

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Come possiamo avere una PA efficiente se non puntiamo sui giovani, sull’innovazione, sulle competenze che possono garantire alti livelli di produttività ed efficienti metodi di management? Il taglio è possibile ma serve una poderosa ristrutturazione dell’apparato pubblico che può avvenire solo con obiettivi chiari e condivisi, che punti su merito, innovazione, riqualificazione e svecchiamento di un sistema decadente e non più al passo con i tempi. La PA è da sempre stata considerata intoccabile, troppi i voti a rischio con una seria riorganizzazione che non può non passare attraverso una riduzione dei dipendenti ed un incremento della produttività pro capite, così oggi dobbiamo fare i conti con un apparato enorme, lento ed inefficiente. Possiamo fare finta di niente o possiamo concentrarci sull’unica soluzione possibile al problema iniziando dal licenziamento di 500.000 dipendenti pubblici con un risparmio di 17mld. La scelta è quindi tra maggiori tasse per sostenere una spesa improduttiva o minori tasse per chi produce e compete nel mercato. Io non ho dubbi su ciò che vorrei!

Terminato il lavoro di analisi sui dati non mi resta che confutare le tesi di chi crede che questa operazione non sarebbe altro che macelleria sociale, perdita secca di posti di lavoro e un impoverimento del paese. Come detto all’inizio di questo post userò le parole di un pensatore che certamente meglio di me può spiegare come superare alcuni preconcetti e come andare oltre le apparenze.

L’autore è F. Bastiat e qui di seguito leggerete un estratto di una sua opera scritta nel 1850: “quello che si vede e quello che non si vede”.

Siete mai stati testimoni del furore del buon borghese Giacomo Buonuomo, quando il suo terribile figliolo sia riuscito a rompere una finestra di vetro? Se avete assistito a questo spettacolo, sicuramente avete anche constatato come tutti i presenti, fossero anche trenta, sembrino essersi messi d’accordo per offrire al proprietario una identica consolazione: non tutto il male viene per nuocere; incidenti come questo mandano avanti l’industria; bisogna che tutti possano vivere; che fine farebbero i vetrai, se non si rompessero mai i vetri?

Ora, in questa formula di condoglianza vi è tutta una teoria, che è meglio sorprendere in flagranza di reato; cosa in questo caso semplicissima, dal momento che questa teoria è esattamente la stessa, per sfortuna, che sostiene la maggior parte delle nostre istituzioni economiche. Supponendo che siano necessari sei franchi per riparare il danno, se si vuol dire che l’incidente fa arrivare all’industria del vetro sei franchi, che incentiva la detta industria per sei franchi, io sono d’accordo, non ho nulla da contestare, il ragionamento fila. Il vetraio viene, fa il necessario, incassa sei franchi, si sfregherà le mani e benedirà in cuor suo il ragazzino terribile. Questo è quello che si vede.

Ma se, per via deduttiva, si arrivasse a concludere, come si fa troppo spesso, che è bene che si rompano i vetri, che ciò fa circolare il denaro, che ne risulta un incentivo per l’industria in generale, io sarei obbligato a gridare: alt! La vostra teoria si ferma a quello che si vede, e non tiene conto di quello che non si vede. Non si vede che, poiché il nostro borghese ha speso sei franchi in una cosa, non potrà più spenderli in un’altra. Non si vede che, se non avesse avuto dei vetri da sostituire, egli avrebbe sostituito, per esempio, le sue scarpe scalcagnate, oppure avrebbe messo un libro in più nella sua biblioteca. In breve, avrebbe fatto dei suoi sei franchi un uso qualunque, che invece non farà.

Facciamo perciò il conto per l’industria in generale. Poiché il vetro è rotto, l’industria vetraria è incentivata nella misura di sei franchi; è quello che si vede. Se il vetro non fosse stato rotto, l’industria delle scarpe (o qualunque altra) sarebbe stata incentivata nella misura di sei franchi; è quello che non si vede. E se si prendesse in considerazione quello che non si vede perché è un fatto negativo, e quello che si vede, perché è un fatto positivo, si comprenderebbe bene che non vi è alcun interesse per l’industria in generale, o per l’insieme del lavoro nazionale, a che dei vetri si rompano o non si rompano.

Facciamo adesso il conto di Giacomo Buonuomo. Nella prima ipotesi, quella del vetro rotto, egli spende sei franchi, ed ha, né più né meno di primo, il vantaggio di un vetro. Nella seconda, quella nella quale l’incidente non è accaduto, avrebbe speso sei franchi in scarpe ed avrebbe, insieme, il vantaggio di un paio di scarpe e quello di un vetro. Ora, poiché Giacomo Buonuomo fa parte della società, bisogna concludere da ciò che, considerato nel suo insieme e tenuto conto dei suoi livelli e dei suoi vantaggi, la società ha perduto il valore del vetro rotto. Per cui, generalizzando, noi arriviamo a questa conclusione inattesa: la società perde il valore delle cose inutilmente distrutte, ed a questo aforisma, che farà raddrizzare i capelli in testa ai protezionisti: rompere, distruggere, dissipare, non equivale ad incoraggiare il lavoro nazionale, o più brevemente: distruggere non vuol dire fare profitti.

Che cosa dite, voi del giornale Moniteur Industriel, che dite, adepti dei questo buon autore de Saint-Chamans, che ha calcolato con tanta precisione quanto l’industria trarrebbe profitto dall’incendio di Parigi, per la quantità di case che dovrebbero essere ricostruite? Sono spiaciuto di dover guastare i suoi calcoli ingegnosi, sebbene ne abbia fatto passare lo spirito nella nostra legislazione. Ma io lo prego di ricominciarli, facendo entrare nei suoi conti quello che non si vede di fianco a quello che si vede.

Bisogna che il lettore si soffermi a constatare bene che non ci sono solo due personaggi, ma tre, nel nostro piccolo dramma che io ho posto all’attenzione. L’uno, Giacomo Buonuomo, rappresenta il consumatore, costretto dal danno a godere di un solo vantaggio anziché di due. L’altro, il vetraio, ci mostra il produttore la cui industria è incoraggiata dall’incidente. Il terzo è il ciabattino (o qualunque altro mestiere), il cui lavoro è scoraggiato proprio per quella causa. E’ questo ultimo personaggio che si tiene sempre nell’ombra e che, impersonando quello che non si vede, è un elemento essenziale della questione. E’ lui che ben presto ci insegnerà che non è meno assurdo di vedere un profitto in una restrizione , la quale non è dopo tutto che una distruzione parziale. – Così, andate a fondo di tutti gli argomenti che si fanno valere in suo favore, non ci troverete che la parafrasi del motto popolare: che cosa sarebbe dei vetrai, se qualcuno non rompesse dei vetri?

Se ancora qualcuno non fosse convinto dalle mie argomentazioni, se neanche questo passo di Bastiat è riuscito a scalfire i retaggi di decenni di clientelismo e sprechi, vorrei ricordare a costoro che nell’analisi quantitativa mi sono limitato a considerare i dati standard sul numero di dipendenti pubblici, omettendo scientemente di citare gli oltre 500.000 occupati delle municipalizzate ed i costi relativi in quanto oggetto del 7° comandamento: “vendita delle municipalizzate”.

A breve il 2° comandamento: Ricalcolo delle pensioni con il metodo contributivo

Corrado Rabbia