Joanne Harris è una stella nascente della letteratura contemporanea. Ha già dimostrato il suo gran valore con il romanzo “Chocolat” da cui è stato tratto l’omonimo film e da questo hanno seguito una schiera di romanzi che hanno ancor di più accreditato il suo talento. Nata da madre francese e da padre inglese nel negozio di dolciumi dei nonni, è cresciuta a cibo e folklore. La sua bisnonna era una strega e una guaritrice. Tutto ciò, unito ad un’importante istruzione al St Catharine’s College di Cambridge, è stato un ingrediente essenziale per lo sviluppo dei suoi romanzi.
Con il “Ragazzo con gli occhi blu” Harris è riuscita ad ottenere una particolare emulsione: gli ingredienti per il successo ci sono tutti, la sua bravura sta nell’averli ben dosati, riuscendo a non far impazzire la maionese.
Il noir si trasforma pian piano in un thriller teso, scandito dai colori e da citazioni letterarie, il lettore viene catapultato in una nuova dimensione, un mondo che non gli appartiene ma che gli è tremendamente familiare: la rete internet.
La maggior parte del libro si incentra infatti sul blog del protagonista che usa come appellativo il nickname Blueeyedboy. Si apre così una seconda via, una vita parallela del narratore onnisciente che il lettore deve imparare a districare per poi capire cosa è reale e cosa invece non è mai accaduto, frutto dell’immaginazione dello stesso narratore che sembra gradualmente cadere nelle sue ossessioni, prigioniero del labirinto della sua mente che si incastra con quello del web. Il lettore deve cercare con lui una via d’uscita, ma non sempre il filo d’Arianna basta per ritrovarla. La trama si incentra su pochi personaggi principali.

“C’era una volta una vedova con tre figli che si chiamavano Nero, Marrone e Blu”

è l’incipit del romanzo.
La madre li ha divisi in colori perché è troppo impegnata per ricordarsi dei suoi figli e per far una semplice lavatrice: ognuno quindi ha tutti i vestiti di un unico colore. Ma proprio questo, si vedrà, acuirà il dramma del protagonista.
Nero è il fratello maggiore, lunatico e aggressivo. Come il suo colore non accetta le mezze misure, è impulsivo e nel corso delle vicende è visto come una sorta di ostacolo, un personaggio scomodo e lontano dal narratore. Marrone è l’incarnazione dell’inettitudine, è il figlio di mezzo, incompleto, senza giudizio, timido ed ottuso.
Blu è invece il contrario: astuto e perspicace, un ragazzo da invidiare o compatire (si parla di un’intelligenza alla Dottor House, il classico Leopardi che si estranea perché ha capito tutto della vita). È il beniamino della madre, e si proclama essere un assassino.
La divisione in colori non è un semplice espediente.Il romanzo si incentra infatti su varie associazioni colori\odori\parole, creando così un mondo in cui la sinestesia è all’apice.
Blu ha quarant’anni e vive una vita apparentemente ordinaria ancora con la madre nello Yorkshire (dove lei si assicura un pasto caldo tutte le sere grazie il suo lavoro al mercato della frutta). Sul web ha però creato un blog in cui scrive varie storie i cui protagonisti sono le persone di tutti i giorni. Da qui man mano inizia un climax di avvenimenti. La mamma (chiamata affettuosamente Ma’) desidera solo il meglio per lui, quell’ascesa sociale che lei non ha mai potuto intraprendere e quindi si riduce come zerbino ai piedi delle donne più o meno ricche che conosce al mercato. Blu le odia con tutto se stesso, ad ognuna assegna un nomignolo contenente la parola “blu” e scrive di loro ipotetiche morti sul suo blog.

“Datemi del romantico, se vi va. Ma io credo nel crimine perfetto. Come il vero amore, è solo questione di tempo e pazienza..”

Questa sua veste fredda e cinica sembra aggrapparsi al suo colore, a quella scelta casuale di sua madre.

“Il colore dell’ omicidio è il blu, pensa. Blu ghiaccio, blu cortina di fumo, da congelamento, post mortem, blu sacco di plastica per i cadaveri. Ed è anche il suo colore, per tanti aspetti, fluisce nei suoi circuiti come una carica elettrica, strillando blu omicidio in tutte le direzioni. Il blu colora tutto.”

Scrive la Harris.
Nel corso della trama si legge di come Blu sia stato un bambino speciale. Sentiva il sapore delle parole, aveva dei sensi tanto sviluppati da vomitare al solo ricordo della frutta schiacciata sulla strada del mercato, forse perché gli ricordava quella madre la cui figura diventa sempre più inquietante andando avanti con la lettura. Blu era considerato come un bambino prodigio per questa sua dote, ma i giorni di gloria ebbero fine quando nel quartiere spopolò il mito di Emily White, una bambina che pareva una bambola, una bambola cieca figlia di artisti, che un giorno disse di poter ascoltare i colori. Il ragazzo venne completamente eclissato da questa piccola bugia bianca, detta per far felice quei genitori che si struggevano per una figlia incapace di poter apprezzare l’arte pittorica.
Ma proprio questa bambina per cui Blu sarà ossessionato, e poi uno alla volta, i suoi fratelli, moriranno in tragiche e casuali eventi.

La realtà si mischia così alla finzione: sono reali i post pubblicati dal protagonista che si proclama sempre essere l’assassino?
A confondere ancor di più le idee e a ribaltare la vicenda c’è un’importante scoperta: il narratore non è Blu, ma Marrone, Benjamin, che geloso della popolarità del fratello in rete finge di essere lui per compiacersi e farsi apprezzare. È un triste e depresso portiere di una clinica ospedaliera, di rimando però tutte queste frustrazioni le sfoga inventandosi una vita da maestro del crimine e idolo di masse di infervorati del male.
Cade così la sua maschera pirandelliana, che lo svela ancor di più dipendente dalla madre. La donna ha anche lei un cambio caratteriale. È frustrata all’idea che l’unico figlio sopravvissuto sia un inetto, un buono a nulla, un ossessionato dal mondo. È una femme fatale che ha perso la sua battaglia contro la vita da giovane, che avrebbe voluto tutto ma non ha niente, che trama nell’ombra per far cadere tutti nella sua rete. È una manipolatrice, una burattinaia che ha leso la psiche dei suoi figli tanto da far credere ad uno di loro di essere un assassino… almeno finché non ha compiuto il suo ultimo omicidio.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.