Il CSM continua a cambiare costantemente verso riguardo al da farsi sulla questione Di Matteo.
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha attraversato varie fasi questa settimana, tutte completamente ambigue e spiazzanti.

La prima vicenda, forse quello meno sospetta, è legata alla bocciatura della candidatura di Di Matteo in DNA. Una notizia che ha fatto scalpore, ma non troppo; in fondo tutti sapevano che vedere il pubblico ministero Trattativa Stato-Mafia nella DNA sarebbe stato un sogno irrealizabile in Italia. A favore di questa candidatura sono stati inviati anche numerosi appelli al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che all’inizio non sembrava aver preso a cuore la vicenda, infatti si era limitato al silenzio.

Sarà che il Presidente si muove con cautela, sarà che il CSM ha avuto un’illuminazione, ma sta di fatto che Nino Di Matteo, in pochi giorni, viene candidato per il posto in DNA. Un cambio di rotta incredibile, che in Italia non siamo abituati a vedere. Sembrebbe che finalmente il CSM si sia accorto che un pm coraggioso, che si occupa della Trattativa Stato-Mafia merita un posto nella Direzione Nazionale Antimafia. A voi potrebbe sembrare scontato, penserete: beh, Di Matteo è il simbolo dell’antimafia, quindi un posto in DNA sarebbe scontato. Mi duole informarvi che in Italia questo non è ovvio. Pensiamo però ai lati positivi, illuminazione o no, il CSM ha approvato la candidatura di Di Matteo.

Fino a qui tutto sembrerebbe esser tranquillo, ma dopo pochi giorni al pm viene proposto un trasferimento per motivi di sicurezza. Di Matteo ha già risposto con un “No!”. Il pm vuole aspettare prima l’esito della sua candidatura per quel famoso posto in DNA. Quindi: il CSM ha prima bocciato la candidatura di Di Matteo in Dna, poi l’ha promossa, grazie al togato Aldo Morgigni, e ora vuole trasferirlo facendolo uscir fuori da tutto e automaticamente lasciandolo solo. Così hanno commentato anche i sostenitori delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino, i quali sono convinti che trasferire un pm non è un modo per metterlo al sicuro, bensì di isolarlo. E come nelle migliori puntate di Beautiful, ricordo che tutte queste vicende sono successe nell’arco di cinque giorni.

Il tema sicurezza riguardo al pm Di Matteo è sempre stato molto delicato, chi pensa che sia un “protettissimo” (Alfano), chi pensa che sia in continuo pericolo e chi, invece, non pensa. Se da una parte abbiamo la sicurezza di Di Matteo, dall’altra abbiamo la sicurezza dello Stato Italiano, messa sotto scacco da alcune udienze interessanti effettuate il 19 e il 20 marzo.

Nell’udienza del 19 marzo è stato ascoltato il generale, ora in pensione, Mastropietro. Dall’udienza è venuto fuori che, durante il periodo in cui è stato al Comando di Sircupena, Mastropietro è certo che ci siano state riunioni tra l’allora ministro degli Interni Mancino e l’allora ministro della Giustizia Conso. A queste riunioni avrebbero fatto parte anche alcuni esponenti del Dap. Il tema di quelle “indicibili” riunioni era il carcere duro, più precisamente ci si domandava se fosse stato corretto un allegerimento del 41 bis. Queste dichiarazioni di Mastropietro sono molto importanti per il processo sulla Trattativa, poiché l’allegerimento del 41 bis sarebbe stato proprio uno dei punti presenti nel papello di Riina. Quel famoso papello che rappresentava un accordo tra Stato e Mafia risulterebbe esser stato rispettato in molti dei suoi punti. Riguardo al 41 bis, sappiamo che l’allora ministro Conso è stato al centro di numerose polemiche, poiché aveva revocato, il 6 marzo del 1993, il 41 bis a 121 mafiosi.

Nell’udienza del 20 marzo il soggetto principale è stato il collaboratore di giustizia Pasquale Di Filippo.
Di Filippo conferma che con l’uso del metodo stragista, l’intento di Cosa Nostra era quello di far muovere lo Stato riguardo all’abolizione del 41 bis per i suoi uomini.
Il collaboratore di giustizia svela anche retroscena interessanti riguardo al voto degli uomini di Cosa Nostra a varie forze politiche. Di Filippo ricorda che gli fecero votare prima il Partito Radicale, poi il PSI e infine Forza Italia. Gli dicevano che Berlusconi li avrebbe aiutati. Il pentito racconta anche di un discorso che ebbe con Bagarella; all’udienza di oggi ha detto testuali parole: «Gli chiesi come mai Berlusconi ancora non ci stava aiutando. E lui rispose: “lascialo stare per ora perché in questo momento lui non può fare nulla per noi perché ci sono altri soggetti che lo stanno guardando, quando potrà stai sicuro che lo farà”»
Di Filippo racconta anche di quando Antonino Mangano diede l’ordine di morte per Claudio Martelli. I pm domandano se Bagarella avesse ordinato anche la morte di Silvio Berlusconi, Di Filippo risponde con: «No.»
Tra udienze, CSM e Beautiful: la Trattativa continua.

Antonio Casaccio