In Tunisia per riprendersi da quegli attimi di terrore ci vorrà un po’ di tempo. La popolazione è preoccupata ma non si perde d’animo, anzi. Subito dopo i fatti del Museo del Bardo, grazie ad un tam-tam sui social network, in tanti si sono riuniti per manifestare la loro rabbia.

D’altronde sono gli stessi della primavera araba, della rinascita e della democrazia. Questo colpo però, è andato diretto verso tutti gli sforzi fatti fino ad ora.
«Sono molto preoccupata per quello che è successo nel mio paese. Sicuramente le conseguenze maggiori le riceverà l’economia, per questo dico che il 2015 sarà un anno catastrofico per la Tunisia. Se i terroristi hanno agito con lo scopo di spaventare gli stranieri, beh, lo hanno raggiunto perfettamente». Le parole spmp di una ragazza tunisina che, al momento dell’attentato, si trovava nei pressi del museo. Un pomeriggio che ha causato ancora morti e ancora ferite nel cuore della democrazia e della libertà. Vittima un paese, la Tunisia, considerato il “contro-modello”, ovvero quel territorio che dimostra quanto la democrazia è perfettamente compatibile con la cultura islamica, concetto probabilmente inconcepibile per i jihadisti.

Già nel pomeriggio del 19 marzo, alle 17:30 circa, un centinaio di persone si sono date appuntamento sul luogo della strage. Anche se il posto era circondato da forze dell’ordine, giornalisti, camionette e deputati, loro hanno deciso bene di riunirsi ora più che mai, anche per far sentire la loro vicinanza all’esercito e a tutte le persone che quotidianamente contribuiscono a combattere la minaccia terroristica. Stessa cosa è successa davanti al teatro municipale della città, tanti cittadini, sindacati come l’UGTT, esponenti di partito come quelli di Ennaha e tanti ragazzi. Mohamed, giovane 20enne tunisino era lì, e ricorda come nell’ultimo periodo abbiano avuto molti controlli da parte delle forze dell’ordine: «questo è sicuramente buono per la nostra sicurezza» dice, «ma penso che quello che è accaduto avrà ripercussioni dannose sul turismo».
«Quello che è successo mi ha toccato nel profondo» – racconta l’architetto 41enne Chiraz – «Sono veramente preoccupato per la Tunisia, questo non è che l’inizio». Dunque, la città che dimostrava che un paese musulmano poteva dotarsi di una costituzione moderna dove le donne potevano avere gli stessi diritti degli uomini si ritrova ad essere una città che deve ricominciare da capo. L’aria che si respira a Tunisi infatti è pesante e sono in molti, al momento, a dare la colpa di tutto questo al vecchio governo che, avrebbe lasciato molto campo ai terroristi. «Io sono con il presidente Essebsi e questo è un duro colpo che arriva dopo le elezioni» si sente tra i manifestanti.

I tunisini però hanno paura e si ritrovano nuovamente a combattere con lo stereotipo degli arabi che possono scegliere solo tra due tipi di governo: la dittatura militare o la tirannia islamista.

Giuseppe Ianniello