Ogni nazione, a quanto pare, ha il suo gruppo di terrore. La Somalia e la zona del Corno d’Africa, a cui per la verità sarebbero bastate le immense sciagure che hanno flagellato la regione negli ultimi decenni, non fanno eccezione.

Stiamo parlando della formazione terroristico-insurrezionale di al-Shabaab, che letteralmente significa “I Giovani”, attiva da tempo nello stato somalo.

E dire che la denominazione usata evoca piuttosto allegria, spensieratezza e voglia di divertimento, tipica, appunto, dei giovani. Ma la realtà è diversa, e ci racconta dell’ennesimo gruppo fondamentalista che ha deciso che l’unico modo di farsi veramente sentire è quello di spargere del sangue innocente, macchiando indelebilmente la propria terra.

C’è ancora al-Queda di mezzo, perché al-Shabaab nasce come una sua cellula, che attinge, forse, alla fucina dei pirati somali, sia del punto di vista economico per i finanziamenti, che da quello delle forze operanti sul campo, le nuove leve terroristiche.

Quartier generale dell’organizzazione è il sud della Somalia, dopo che, fra il 2007 e il 2011, le forze militari dell’Unione Africana nell’ambito dell’operazione AMISOM, approvata dall’ONU, erano riuscite a scacciare al-Shabaab dalla capitale. Da allora il gruppo spadroneggia nella parte meridionale del paese, dove pare aver imposto la legge islamica, meglio conosciuta come sharia.

Il loro portavoce è Sheikh Abdiasis Abu Musab, che ha rivendicato l’orribile mattanza del pomeriggio di ieri, avvenuta presso l’hotel Maka al-Mukaram, a Mogadiscio.

L’albergo era frequentato da parlamentari e funzionari amministrativi, e questo significa che non è stato un obiettivo casuale, ma pianificato con attenzione al fine di colpire anche le personalità del mondo politico. Lo scopo è stato raggiunto, e fra i diciotto morti, che comprendono anche i miliziani uccisi durante il conflitto a fuoco successivo all’esplosione dell’autobomba parcheggiata davanti all’hotel, c’è anche Yusuf Mohamed Ismail Bari-Bari, ambasciatore ONU in Svizzera.

La storia ci suggerisce che a Mogadiscio non sono nuovi episodi di questo genere. Lo scorso 20 febbraio, ad esempio, l’assalto all’hotel Central della capitale ha provocato circa venti morti, fra cui il vicesindaco, Mohamed Adan Guled.

Adesso questo. Una missione implacabile contro l’hotel Maka al-Mukaram, preso di mira perché frequentato da spie e infedeli.

In casi come questi, ogni commento rischia di cadere nel superfluo o, peggio, in una vuota retorica. Chiedersi come riuscire ad arginare determinati fenomeni è una domanda forse priva di una risposta credibile, all’indomani di un simile massacro. Dopotutto, se non riusciamo a proteggere le città del cosiddetto primo mondo dal terrorismo e la criminalità, intervenire su una regione sprofondata da tempo nel caos e nell’anarchia potrebbe essere un compito ben più arduo.

Per fortuna, l’Unione Africana non ha intenzione di arrendersi, e sarebbe il caso di non lasciarla sola di fronte al nemico, ma affiancarla in questa lotta contro la follia dell’estremismo.

Ogni riferimento all’ONU e ai vicini europei non è puramente casuale.

 

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.