Dal 1 marzo 2015 in Cina è entrata in vigore una nuova legge per l’utilizzo di internet, che prevede dei limiti ai contenuti pubblicati sui social network, siti, blog e servizi di messaggistica. L’iniziativa è partita dal Governo per evitare qualsiasi forma di comunicazione, pubblicare notizie che potrebbero favorire scontri etnici, favorire la sicurezza nazionale e far rispettare la sovranità. Da inizio mese è proibito, quindi, la diffusione di informazioni che ledono la costituzione, le leggi e la religione cinese.

I risultati ottenuti sono tutt’altro che positivi. Secondo l’APM (Associazione Popoli Minacciati) questa legge favorisce la criminalizzazione di minoranze etniche e le organizzazioni religiose. È vietato pubblicare informazioni riguardanti i Tibetani, Uiguri e Mongoli così come gli scritti buddhisti e musulmani. Il libero scambio di informazioni su questi territori e organizzazioni religiose è punibile per legge e il Governo può stabilizzare le informazioni a suo piacimento.

Si tratta di una situazione non nuova in Cina, dove la libertà di stampa e di espressione è ormai limitata da anni. Dall’ascesa del capo di stato Xi Jinpin la censura è aumentata e numerosi sono stati i blogger e giornalisti arrestati (secondo APM 77 solo lo scorso anno).

I più colpiti sono gli Uiguri dello Xinjiang, la provincia cinese con maggiori norme restrittive. Un Uiguro che utilizza la rete o compra una scheda SIM per cellulare rischia di essere segnalato alla polizia e processato. Ancora prima che questa nuova legge per l’utilizzo di internet entrasse in vigore, le autorità cinesi avevano arrestato 232 Uiguri rei di aver espresso opinioni contrarie all’ideologia del Governo.

Le limitazioni alle libertà di internet non si limitano però solo alla Cina stessa. L’apparato di controllo cinese ha hackerato siti stranieri e Pechino è intenzionata a promuovere una campagna per far riconoscere ad ogni Stato il “diritto” di controllare e censurare la rete.

Le organizzazioni internazionali si stanno battendo ormai da anni contro le limitazioni imposte dal Governo cinese, ottenendo però scarsi risultati: la libertà di espressione è un diritto e va tutelata.

Vincenzo Nicoletti