Alcuni rappresentanti del Movimento Cinque Stelle avevano incontrato qualche giorno fa il leader della Coalizione Sociale Maurizio Landini. Per questo incontro c’era stato l’ok di Casaleggio e il sostegno benevolo del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Tutto questo aveva lasciato sperare – o temere – in un avvicinamento tra il nuovo soggetto politico di Landini e i pentastellati.

Chi come noi ha la memoria lunga ricorderà bene le parole di fuoco che da Blog di Beppe Grillo ed esponenti del Movimento sono più volte piovute su Landini nel recente e remoto passato, soprattutto quando questo aveva rubato la scena e i consensi di una parte dei sostenitori di Grillo, relativamente alle battaglie sul lavoro.

Dal Partito Democratico non si vedeva (infatti) l’ora di marchiare Landini come un grillino qualsiasi, per stemperarne la visibilità mediatica e la pericolosità politica, spingendo Grillo ad un’inversione di rotta che fosse controproducente per il suo scopo di rimanere l’unica opposizione numericamente rilevante.

Ma allearsi con Landini non avrebbe avuto solo l’effetto di ridurre il potere politico di Beppe Grillo e del suo movimento, spartendolo con una forza esterna totalmente diversa nei mezzi e nelle idee, ma avrebbe fatto correre ulteriori rischi di scissioni dalla cosiddetta destra del Movimento.

Ci pensano infatti Luigi Di Maio e Carla Ruocco, due esponenti del Direttorio, a stroncare ogni ipotesi di alleanza con Maurizio Landini. La Ruocco, che ammette di non avere alcuna affinità con Maurizio Landini, lo definisce come un semplice intermediario senza un vero ruolo politico, con il quale si dialoga con le stesse modalità usate per Forza Italia e Partito Democratico. La natura sindacalista di Landini, il cui progetto di coalizione sociale rimane appunto ambivalente rifiutando di definirsi come un partito nascente, non va proprio giù ai due dirigenti pentastellati.
Luigi Di Maio attacca frontalmente il leader FIOM, definendolo un nostalgico della falce e martello che ha creato un movimento con il quale, non avendo i numeri in parlamento, è inutile collaborare. Landini “rappresenta un mondo da cui siamo totalmente distanti”, dichiara il vicepresidente del Senato.

“Per fare approvare il reddito di cittadinanza ci servono i numeri. Sono tutti i benvenuti, ma Landini non ne ha. In più, non si è capito nulla di quello che vuol fare” dice Di Maio, “è un nostalgico, ha come punto di riferimento vecchie ideologie: la falce e il martello, l’esaltazione del sindacato come mediazione necessaria tra Stato e cittadini”. Una bocciatura senza sconti, per il quale Di Maio usa termini e toni simili a quelli dell’arci-nemico Matteo Renzi. Per il giovane leader, infatti, è bene prendere atto del fallimento di una struttura come il sindacato, “che non ha più senso di esistere, come le ideologie”.  In piena sintonia appunto con la posizione del Presidente del Consiglio tanto odiato, tutti uniti contro Landini.

Dell’incontro tra i capigruppo pentastellati e il leader della FIOM, Luigi Di Maio non sapeva nulla, ma non si scompone perché è un incontro che “rientra nelle consultazioni che facciamo con le parti sociali”, Confindustria compresa (ci tiene a precisare, rassicurante).

Per quanto riguarda il Jobs Act, il Movimento Cinque Stelle conta di abrogarlo in via parlamentare (con quali numeri, non ci è dato saperlo), ma qualora fosse necessario un referendum, afferma Di Maio, “non è detto che a promuoverlo sia la coalizione sociale della Fiom”.

Rifobenni