Il 26 e il 27 marzo c’è stata l’autodifesa da parte dell’allora ministro Calogero Mannino nel processo sulla trattativa.

Mannino era allora ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno e oggi è indagato per coinvolgimento nella trattativa Stato-mafia.

Il 26 Mannino offre al GUP Marina Petruzzella informazioni poco chiare e costanti “no” a qualsiasi cenno di collaborazione con Cosa Nostra. Mannino in aula dà vita ad un vero e proprio calderone di eventi che di discostano completamente dalle domande poste dal GUP. L’autodifesa dell’ex ministro comincia con sprazzi di eventi dei primi anni novanta, totalmente non inerenti ai fatti di cui si voleva parlare, continua con accuse ai vecchi titoli dei giornalisti presenti in aula e finisce con negazioni ad un possibile suo coinvolgimento nella trattativa. Il GUP Petruzzella più volte è costretta a richiamare Mannino e ad invitarlo a esporre sui fatti recenti, ma l’indagato non demorde e continua il suo monologo su quanto sia innocente e sul fatto che la memoria spesso lo tradisce; più precisamente afferma: «Non è possibile ricostruire fatti storici solo facendo affidamento alla cattiva memoria. La premessa della trattativa, che non mi riguarda in nessun modo, non c’è.»

Mannino continua, a monito della sua bella persona, a sventolare ai quattro venti la sua amicizia col giudice Giovanni Falcone e tra frasi e ricordi afferma di aver «incontrato Subranni solo in occasioni istituzionali o sporadicamente».

L’indagato ricorda tutte le sue vicende riguardo alla sua condanna di morte voluta dal boss Riina. L’ex boss di Cosa Nostra lo aveva segnato nella lista dei politici che non avevano mantenuto gli accordi, tra i nomi c’era anche quello dell’allora esponente della DC Salvo Lima. Proprio di Lima Mannino parla alla fine dell’autodifesa, rilasciando dichiarazioni poco interessanti e per niente attinenti ai fatti di cui si sarebbe dovuto parlare.

Le dichiarazioni finiscono e Mannino, dopo 4 ore di autodifesa, può tornare a casa, ma solo per poco, il giorno successivo ci sarà la seconda parte, la quale rivelerà situazioni improbabili riguardanti Paolo Borsellino.

Prima di riportare l’autodifesa del giorno successivo è giusto chiarire cosa sia il famoso “Corvo 2”.

Con “Corvo 2” viene nominata una lettera anonima di otto pagine, inviata nel giugno del 1992, nella quale si svelavano le mosse di Cosa Nostra e si alludeva ad un incontro tra il boss Totò Riina e Calogero Mannino in una sacrestia a San Giuseppe Jato (PA).

Il 27 marzo Mannino apre con una frase a dir poco scioccante: «Il Corvo 2? Che era una porcheria me lo disse Paolo Borsellino».

Mannino afferma che il 16 luglio 1992 Borsellino lo chiamò chiedendogli di vedersi e successivamente disse che il Corvo 2 era una porcheria. Questa frase sulla bocca di Paolo Borsellino sembrerebbe impossibile e vi spiego i due motivi.

Numero 1: Paolo Borsellino era stato delegato per indagare sul “Corvo 2”, le indagini proseguirono fino alla sua morte. Sempre Borsellino delegò la polizia giudiziaria ad indagare su quella lettera anonima. Un giudice per una porcheria, di solito, non ci perde molto tempo. E se davvero Corvo 2 fosse stata solo una porcheria, perché, dopo la morte di Borsellino, membri del SISDE come Angelo Sinerio e Bruno Contrada fecero pressioni sul pm Camassa riguardo ai risultati ottenuti dal giudice sul Corvo 2? Perché tutta questa importanza ad una porcheria?

Numero 2: Secondo Salvatore Borsellino (fratello di Paolo), tra Mannino e il giudice non c’era mai stata alcun legame di amicizia. Salvatore scrive: «Paolo aveva pochi veri amici e tra questi non c’era e non poteva certamente esserci un personaggio come Calogero Mannino, un personaggio che era stato messo da Totò Riina al primo posto, insieme a Salvo Lima, dei politici sui quali esercitare la propria vendetta, eliminandoli perché non avevano rispettato i patti. E se Riina poteva considerare quei patti non rispettati vuol dire che quei patti c’erano stati».

Insomma, sembrerebbe che Mannino abbia fatto un bel buco nell’acqua con quest’affermazione, ma in fondo l’ex ministro è sempre stato delineato come persona poco attendibile. Soprattutto dopo il colloquio ascoltato furtivamente dalla giornalista Sandra Amurri. La giornalista de il Fatto Quotidiano dice di aver ascoltato nel dicembre del 2011 una conversazione al bar dove Mannino diceva a Gargani (FI): «Hai capito, questa volta ci fottono. Dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione».

Mannino ha smentito questa conversazione.

Per Mannino i presupposti per una trattativa non ci sono. E secondo voi?

Antonio Casaccio